Posts Tagged ‘Matrix’

Il cucchiaio non esiste

Maggio 20, 2011

“Che vuol dire reale? Dammi una definizione di reale. Se ti riferisci a quello che percepiamo, a quello che possiamo odorare, toccare e vedere, quel reale sono semplici segnali elettrici interpretati dal cervello. Questo è il mondo che tu conosci. Il mondo com’era alla fine del XX secolo. E che ora esiste solo in quanto parte di una neuro-simulazione interattiva che noi chiamiamo Matrix. Sei vissuto in un mondo fittizio, Neo”.

Ricordate, vero? E’ una delle frasi-chiave pronunciate da Morpheus in Matrix. A proposito di distopia, quella della trilogia dei Wachowski è stata, per me, determinante. E non per il vecchio tema uomo contro macchina, l’altro dei grandi incubi distopici dopo quello del corpo artificiale o sorvegliato o manipolato. Ma perchè riprende temi ancora più antichi, arraffa i primordi del pensiero filosofico e li trasforma in una storia.  Una bella storia, secondo me: e non perché pone le possibili irrealtà del computer al suo centro, ma perchè tenta di riprendere interrogativi irrisolti. Guardo l’ombra sul fondo della caverna o guardo il mondo reale? Ammetto di star lavorando esattamente su questo: non sono la prima, non sarò certo l’ultima. In fondo tutti i narratori creano ombre.
Lo disse un filosofo, Jean Baudrillard, cui Matrix rese omaggio inquadrando la copertina del suo  Simulacres et simulation.
Baudrillard se la prese moltissimo, per inciso. Vi riporto parte dell’intervista che rilasciò dopo l’uscita del film:

” Ci sono già stati altri film che trattavano questa crescente indistinzione fra reale e virtuale. Truman Show, Minority Report o anche Mulholland Drive, il capolavoro di David Lynch. Matrix vale soprattutto come sintesi parossistica di tutto questo. Ma il dispositivo qui è più rozzo e non suscita veramente il turbamento. O i personaggi sono nella Matrice, cioè nella digitalizzazione delle cose. O sono radicalmente al di fuori, cioè a Zion, la città di coloro che resistono. In effetti, sarebbe interessante mostrare ciò che accade sul punto di giuntura dei due mondi. Ma quello che è soprattutto imbarazzante in questo film, è che il nuovo problema posto dalla simulazione qui è confuso con quello, molto classico, dell’illusione, che si trovava già in Platone. Il vero equivoco è qui. Il mondo visto come illusione radicale è un problema che si è posto a tutte le grandi culture e che da esse è stato risolto con l’arte e la simbolizzazione. Quello che noialtri abbiamo inventato per sopportare questa sofferenza, è un reale simulato, un universo virtuale da dove è espurgato tutto ciò che c’è di pericoloso, di negativo, e che soppianta ormai il reale, fino a diventarne la soluzione finale. Ora, Matrix è assolutamente all’interno di questo meccanismo! Tutto quanto appartiene all’ordine del sogno, dell’utopia, della fantasia, qui è dato vedere, “realizzato”. Siamo nella trasparenza integrale. Matrix, è un po’ il film sulla Matrice che avrebbe potuto fabbricare la Matrice.”

Un licantropo a Wall Street

ottobre 16, 2008

Stavo ragionando sul taglio dei consumi: i miei. Non pochi, se faccio due conti. Poi stavo ragionando sulla narrativa. E mi sono fatta una domanda buffa: come potrebbe essere una storia fantastica che abbia sullo sfondo la recessione?

Perchè uno sfondo sociale c’è sempre. Se devo parlare delle mie modestissime storielle, sapevo, mentre scrivevo, che in un caso stavo raccontando anche di un conflitto giovani-adulti, e che nel secondo caso alcuni temi (razzismo, violenza sulle donne) erano molto, molto presenti.

Quando, ai tempi, leggevo William Gibson e i suoi comparuzzi cyberpunk, mi stupivo che quelle storie venissero definite fantascientifiche: quel che si narrava era il presente, trasfigurato, ma sempre presente. Come, del resto, in Matrix (che ha un bel po’ di debiti nei confronti del cyberpunk, oltre che di Ghost in the Shell).

Così, ho pensato fra me e me cosa potrebbe venirne fuori: il Demone delle Borse? Il ghoul delle banche? Almeno un Vampiro del mutuo variabile?

Ci penso.

Le onde e il cavaliere oscuro

agosto 3, 2008

Ci pensavo giusto ieri sera, guardando il mare (come vengono i pensieri profondi altrimenti, lavandosi i denti? Anche, in realtà…). Quasi tutte le storie hanno un ritmo. Hanno un andamento, come le onde: fino alla metà, si accumulano personaggi, intrecci, destini, varianti, e chi più ne ha più ne metta. Dalla seconda parte in poi, si cominciano a tirare i fili, e anche, in certi casi, a diminuire il numero dei partecipanti, eliminandone un poco alla volta.

Certo, ci sono le eccezioni. Così come esistono autori in grado di non usare un punto fino a pagina trentaquattro, esistono anche quelli che riescono a tenere un culmine e a non sbrogliarlo fino all’ultimo capitolo.

Anche The Dark Knight segue la regola della prima metà, pensavo anche: tutto precipita, e tutto inizia a tornare, dalla seconda parte del film. Incluso il “non risolvo fino in fondo” che è quello che mi conquista.

Raro, che un film mi prenda così. Tra l’altro su Repubblica di oggi leggevo uno sfizioso articolo sui set maledetti, apprendendo fra l’altro che la parte di Neo in Matrix era stata offerta a Brandon Lee, e che la sventura di Brandon abbia fatto sì che anche al cast di Matrix ne siano accadute di tutti i colori.

Comunque. Finalmente comincio una revisione vera, domattina: anche perchè in un mercatino ho trovato un libro sulla Wicca che mi tornerà molto, ma molto utile. Chiamasi segno?