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La parabola dell’usignolo

maggio 26, 2011

Scartabellando vecchi libri, visionando sceneggiati e film degli anni che furono, mi pongo domande. Non particolarmente originali. Per esempio, mi chiedo se i bravi artigiani fantastici di allora fossero fra loro coesi, ragionassero insieme sulle proprie storie, condividessero l’euforia di un buon lavoro amato dai destinatari del medesimo.
La risposta soffia nel vento, e la domanda è probabilmente priva di senso. Fatto sta che ogni tanto, se penso alla situazione attuale – con eccezioni, e belle, e neanche così scarse – mi viene in mente la vecchia parabola dell’usignolo.
La conoscete?
C’è uno scrittore, non particolarmente fortunato, ma costante. Questo scrittore costante siede ogni giorno alla propria scrivania e scrive, cancella, riscrive, ogni volta sperando che il romanzo a cui sta lavorando sarà quello giusto, quello che gli permetterà di vivere soltanto di scrittura. Sogna, lo scrittore, giornate di lavoro e di piccoli, deliziosi lussi. Svegliarsi presto, ma senza la necessità di uscire di casa, sorseggiare caffè passeggiando nel proprio giardino (perchè a questo punto avrà un giardino: anzi un parco, anzi una discreta proprietà boschiva), godere del profumo delle rose (bianche). Quindi, potrà sedersi alla propria scrivania, che sarà più grande e spaziosa di quella attuale, e affrontare la sua giornata di parole, che peraltro gli sgorgheranno copiose e già perfette dalle dita.
Un bel giorno, mentre lo scrittore è perso nel suo sogno, dalla finestra aperta entra un usignolo. Non si bene perchè, ma gli usignoli sono pericolosi quanto saggi: nelle fiabe, arrivano sempre a offrire doni che nascondono un inganno. “Buongiorno”, cinguetta l’uccellino. Lo scrittore, che non è sciocco, non si turba davanti al prodigio ma diffida. E fa bene.
“Sono lo spirito della scrittura”, dice l’usignolo, “e sono venuto a darti la notizia più bella della tua vita. Esaudirò un tuo desiderio”.
Un desiderio? Lo scrittore esulterebbe, se non ci fosse quella vocina nella testa che gli dice di fare attenzione.
“Un desiderio?”, chiede dunque.
“Certo, o servitore della Musa. Scegli pure”.
“Non c’è un ma?”, chiede lo scrittore.
L’usignolo, un po’ seccato, ammette che, sì, esiste un trascurabile dettaglio. Qualunque sia il suo desiderio, un altro scrittore – anzi, il rivale numero uno del prescelto – riceverà lo stesso dono. Ma raddoppiato.
“Raddoppiato?”, chiede lo scrittore.
“Raddoppiato”, conferma lo spazientito usignolo. “Se vendi centomila copie del tuo romanzo, il tuo rivale ne venderà duecentomila. Se vinci il premio Nobel, lui ne vincerà due. Qualcosa di male? Su, avanti, formula questo benedetto desiderio e chiudiamola qui, che ho parecchie visite da fare”.
Lo scrittore guarda fuori dalla finestra. Il cielo è grigio e non si vedono rose e giardini, ma brutti palazzi di periferia. Pensa e ripensa. Poi, sorride, e dice all’usignolo:
“Cavami un occhio”.