Posts Tagged ‘Pierdomenico Baccalario’

Lezioni di tenebra

agosto 23, 2011

Questo è un post in divenire. Perchè ho intenzione di tornare spesso sull’argomento, come in passato ho già fatto, specie nel passato recente.
Credo che occorra sbarazzarsi di qualche equivoco quando parliamo di fantastico: qualunque sia la declinazione scelta, fantasy, fantascienza, horror e qualche centinaio di sottogeneri a piacere.
Ci sono molti automatismi che scattano quando si pronuncia il nome di ognuna di queste definizioni. Il fantasy contiene magia, la fantascienza contiene futuro , l’horror contiene mostri.
Molto bene, molto giusto.
Il signore degli anelli contiene pochissima magia. La fantascienza ha mandato in crisi l’idea stessa di futuro con il cyberpunk. L’horror può essere tale anche quando non c’è un solo elemento soprannaturale. E la discussione sul racconto di King lo conferma, credo (e prima ancora lo conferma il racconto, e quelli contenuti in “Notte buia niente stelle”, dove il soprannaturale è quasi assente).
Non voglio neanche riaprire la discussione sul fantasy elfico che è seguito a Tolkien. Nè addentrarmi in un terreno minato come quello fantascientifico. Non subito. Parto, dunque, dall’horror.
Questa mattina, in un articolo per Repubblica, Pierdomenico Baccalario sosteneva che il medesimo non fa più paura, o ne fa molto poca.
Ma cosa è, oggi, horror? Perchè ho l’impressione che occorra ridefinire i canoni che vengono usati ancora oggi. Perchè forse non valgono più. Certo che i vampiri attuali non fanno paura: in vacanza mi è capitato di leggere un’antologia paranormal dove i medesimi sono formidabili compagni di letto (è, a quanto pare, la loro virtù principale), ma dove è assente qualsiasi coinvolgimento emotivo che non sia quello erotico (e anche qui avrei qualcosa da dire: perchè scrivere narrativa erotica non significa scrivere di mirabili penetrazioni e basta, credo).
Per coinvolgimento emotivo intendo quello che scriveva Ellison e che ho riportato diversi post fa: quell’empatia che ti fa scendere negli abissi insieme allo scrittore, e possibilmente risalire, con lui. Il racconto di King FA PAURA. Fa molta più paura di qualsiasi cripta cigolante e di qualsiasi mano scheletrica che ti si posi sulla spalla. Nel bosco di Aus di Chiara Palazzolo FA PAURA. Perchè va a toccare corde terribili per qualsiasi donna (perdere se stesse, ma anche veder scorrere la vita senza che nulla accada).
Non è che l’horror non faccia più paura. E’ che stanno mutando i termini. E’ che le nostre paure sono altre, e risuonano su altri toni.
Almeno, io ho questa sensazione. E penso che sarebbe bene ragionarci insieme.

 

Mala tempora

agosto 4, 2011

Scrivere secondo lo spirito del tempo o essere lo spirito del tempo? La riflessione non è una parentesi rispetto a quanto ho scritto negli ultimi post: ne è, probabilmente, la conseguenza pratica.
Dunque, su Repubblica di oggi, lo scrittore Pierdomenico Baccalario immagina il futuro della lettura e dell’editoria nel 2020. E dice:

“Già oggi, senza aspettare il 2020, gli scrittori cominciano a sognare di liberarsi dei loro editori leggendo le imprese di Joe Konrath, che guadagna migliaia di dollari al mese grazie ai thriller che si è pubblicato da solo sul Kindle Store di Amazon. Ma un maggiore accesso al pubblico non significa maggiore libertà editoriale, anzi: a dominarla saranno le mode e le forze di gravità sociale di Internet, che già oggi ci portano a selezionare i contenuti affidandoci a indicatori di gradimento puramente quantitativi (da cui le classifiche, i “mi piace”, e la ricerca di consenso). Pensate a John Greene, un giovane autore che ha visto il suo libro finire in testa alle classifiche prima ancora di essere pubblicato grazie al suo social network di amicizie. Gli scrittori giocheranno a fare marketing, raggruppando intorno a sé i professionisti necessari per creare un buon libro: editor e correttori di bozze, illustratori per le copertine digitali, traduttori per le lingue straniere. Solo che non tutti avranno il bernoccolo dell´imprenditore o l´umiltà necessaria per sorbirsi i rimproveri di un editor che stanno stipendiando. Qualcuno farà flop. E gli editori? Saranno tornati a fare il loro mestiere: non più esperti di distribuzione e di movimentazione dei cataloghi, ma selezionatori di buone storie. Le loro etichette serviranno da bussola per orientarsi tra le infinite scelte a disposizione. Perché alla fine sarà il nostro istinto di lettori, solleticato da questo ribollire di stimoli, a determinare il futuro dell´editoria”.

Scenario inquietante, soprattutto per quanto riguarda la faccenda della popolarità autoindotta dello scrittore. Perché una cosa è stare in rete e  dialogare con i lettori e con gli altri scrittori: un’altra è essere gradevoli, simpatici, astuti e piacevoli (e magari anche di bell’aspetto, mi voglio rovinare) come condizione per poter vendere un libro.  E’ vero, accade già. Ma teorizzarlo mi spaventa, ma prevederlo mi fa ancora più paura. Lo scrittore che  fa marketing di se stesso è un’immagine spaventevole, a mio modestissimo avviso: lo scrittore deve scrivere buone storie, non trovare il modo di pubblicizzarle diventando personaggio e suscitando simpatie. Non è il suo lavoro, non è il suo patto con il lettore e prima ancora con se stesso. E poi, non sembrava che il mondo dei furbetti stesse crollando?
(Qui mi rispondo da sola: no, quel castello non crolla. E ci sta. Quello che non ci sta è far prevalere il personaggio sul testo.  Questa non è una previsione: è un distopian fatto e finito).