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Il Nobel a Death Note!

novembre 26, 2008

Fermo restando che mi è venuta un’idea che SPERO sia buona per risolvere l’empasse delle prime cinque righe, ieri sera ero abbastanza soddisfatta del lavoro su Esbat. E mi sono premiata.
Rivelazione: il bicchiere di champagne che la Sensei si concede non è soltanto un omaggio a Misery. E’ una MIA abitudine: se le cose vanno bene, mi regalo un buon vino bianco. Al Veuve Clicquot arrivo soltanto in casi eccezionali e con finanze molto più floride delle attuali: un Traminer va benissimo.
Ma ieri sera mi sono premiata anche in un altro modo: con notevole ritardo, sono riuscita a trovare il dodicesimo e ultimo volume di Death Note.
Beh, sono senza parole.
La signora o signorina Tsugumi Ohba, l’autrice della sceneggiatura, è un genio. Non so se sia davvero chi dice di essere, non so se collezioni davvero tazze da tè e se scriva appollaiata sulla sedia come Elle (ehm…anch’io ho questa abitudine veramente…). Ma è un genio.
Provo a dire perchè.
La complessità, intanto. Death note è la storia più complessa che abbia mai letto, tanto da obbligarti alla rilettura (cosa che si fa con enorme piacere): tocca livelli da far sembrare Il nome della rosa un romanzo di Valentina Effe. Non parlo di qualità di scrittura, ma proprio di intreccio e di meccanismo. Ad ogni passo avanti la storia si ingarbuglia, in un gioco al rialzo impressionante. E ogni volta torna. E torna BENE.
Poi.
L’abilità nel cogliere le tematiche contemporanee: la paura della criminalità. La rabbia. Il sistema scolastico giapponese, per inciso.
Il richiamo alle grandi questioni filosofiche: vita e morte, e va bene. Ma l’etica! Il tema, enorme, della giustizia, tra l’altro riassunto benissimo anche nel dialogone Light/Near di quest’ultimo volume.
E poi…poi la capacità di sporgersi FINO AL LIMITE.
Provo a non spoilerare. Nello scontro finale si poteva rischiare il ridicolo, con la moltiplicazione dei quaderni. Un lato di me, mentre leggeva, vedeva entrare in scena la Premiata Ditta che cantava “Aggiungi un morto a tavola, che c’è un quaderno in più”, o il cast di Scary Movie vestito da gladiatori che agitava quaderni neri dicendo: “Il Death note è mio”. “E’ mio”. “E’ mio”…eccetera.
Eppure, Ohba ha costeggiato l’assurdo senza caderci dentro.
E le due frasi finali (le due regole del quaderno) che appaiono a conclusione e dopo l’epilogo…beh…sono semplicissime ma perfette.
Accendo un cero a qualche santo (si accettano consigli su quale) per chiedergli di imparare a scrivere come lei.

Come fare paura

luglio 30, 2008

Come fare paura? Vediamo. Ci sono delle situazioni che attirano il brivido per definizione.

Il buio, per cominciare. Sarà che il nostro cervello rettile funziona sempre egregiamente in assenza di luce e con amplificazione di scricchiolii e rumori vari. Ottima anche la nebbia, passabile la penombra e tutte le circostanze in cui la visuale è scarsa.

Al secondo punto metterei l’inaspettato. Ricordate gli Scary Movies? Laddove una fanciulla si trova i fili del telefono tagliati ed è sola in casa, si può scommettere che la sua anima volerà presto nel paradiso delle comprimarie. Invece la paura VERA era nei primi film di Dario Argento: il riflesso che non cogli, la stanza dove un armadio si spalanca improvvisamente, una canzoncina che echeggia da un luogo non identificabile. Ora, tutto questo è diventato maniera. E allora paura è, per esempio, la signora che entra in un camerino a provarsi un vestito e il vestito medesimo diventa vivo e le succhia via il sangue (sto andando a braccio, eh).

Al terzo posto vanno le paure reali: la perdita, in primo luogo. Un amante, un figlio, un genitore, un amico: la fine di un personaggio legato da questi rapporti con il protagonista è di per sè qualcosa che ti scaraventa in una sacca fredda di terrore.

Al quarto metterei l’inganno: quando un personaggio si pensa in salvo, e il lettore pensa la stessa cosa, e invece trova un’orribile fine proprio mentre già il respiro stava tornando regolare.

Al quinto pensate voi, vero?