Posts Tagged ‘Stefania Auci’

Gradite una tartina, un libro, un assegno?

febbraio 24, 2012

Avete presente le lamentazioni e le accuse che vengono rivolte, in ambito letterario e non solo, a chi si occupa di libri sui giornali e sulle riviste? Immagino di sì, e sono più o meno simili: si recensiscono solo gli amici, si fanno “marchette”, si ricevono somme sottobanco dagli editori. Basta fare un giretto e si leggono migliaia di questi commenti.
E i blog? Ah, per Giove, i blog sono liberi, i blog non rispondono a nessuno, i blog sono indipendenti e non hanno padroni.
Non è proprio così, comincio a pensare. Qualche settimana fa, per esempio, ha fatto il giro della rete (letteraria) un post dello scrittore Christian Raimo, dove si racconta della convocazione da parte di Mondadori di alcuni blogger in un albergo romano. Motivo? Capire come tira l’aria sul web. Insomma, una vera e propria consulenza. In cambio di uno squisito aperitivo.
Sempre qualche settimana fa,  Stefania Auci aveva scritto un’interessante riflessione su blog e libertà di parola, che trovate su Diario di pensieri persi.
Insomma, che si tratti di una tartina o di un libro in omaggio,  la libertà dei blogger è molto spesso oggetto di mercato: anzi, di marketing.
Ieri è capitato a me. Ricevo una mail da una “giovane agenzia web”. Non la cito, per correttezza.  Chiedono se io sono io. Sì, rispondo, sono io. L’offerta è immediata:  pubblicare sul blog “un redazionale” che sembri in tutto e per tutto un post come gli altri. Non importa se parla di cinema, libri, o attualità. Purché contenga un link a un determinato sito. Mi vengono inviati degli esempi: su blog dove si parla di serie televisive, cinema, cronaca. Con link. L’offerta, qualora accettassi, è di ottanta euro.
Evidentemente ho detto no. Non perché sia una pura e dura, ma perché credo che se un blog ha una risorsa, quella si chiama credibilità. E va difesa, per il bene del blogger e dei suoi lettori.  La pubblicità è una nobile arte: ma dev’essere chiara, a mio modesto parere. Anche il marketing è pratica piacevole e divertente: ma dev’essere evidente dove comincia e dove finisce.
Detto questo, nessun anatema su chi accetta: ottanta euro fanno sempre comodo, di questi tempi. Però, ancora una volta, la questione è una: il disclaimer, per favore.

In numero di tre

novembre 30, 2011

Oggi segnalo due post e un articolo, che per strade diverse toccano, secondo me, lo stesso punto.
Il primo post è di Mirya, e riguarda i generi, specie il fantastico, e la classificazione dei medesimi come diversi dalla literary fiction.

“È che il canone è qualcosa di dinamico e non di stantio; perfino il canone religioso, il riconoscimento dei quattro Vangeli sinottici al posto di quelli apocrifi, perfino la stesura completa della Bibbia come la ritroviamo oggi è passata sotto un lungo setaccio fatto da menti umane e non certo divine e nulla ci assicura che un domani non muterà ancora: d’altronde uno dei fattori vincenti del cattolicesimo è la capacità di adattamento garantita da una presenza forte come quella del Papa che può ancora decidere di cambiare le cose.”

Il secondo è di Stefania Auci. E’ su Diario di pensieri persi e stronca la nuova versione di Carmilla a cura dell’astuto discendente di Le Fanu.

“Brutto. Non ci sono se e ma. E’ un’operazione commerciale, condotta in maniera spregiudicata e a dir poco discutibile, che non merita alcun tipo di assoluzione, specie se si va a massacrare un capolavoro della letteratura gotica che ha influenzato schiere di VERI scrittori e che rappresenta altresì una critica della condizione di infelicità delle donne in un secolo assai crudele per la loro libertà.

L’ultima segnalazione è un’intervista all’amministratore delegato Mondadori,  Maurizio Costa. Dove, incredibile ma vero, si parla di crisi editoriale, in mezzo a tanti “va tutto benissimo, il resto sono bla bla degli sfigati”:

“Serve un salto culturale autentico da parte di chiunque lavori nell’editoria. La sfida è rifuggire da atteggiamenti autoreferenziali e capire che tutto ciò sta già avvenendo, che non cambiano solo i processi distributivi e i modelli di business: variano la natura e la produzione dei contenuti e il rapporto con il lettore-cliente. Guardi i grandi player del digitale. Non a caso con Google, Amazon, Apple ci scontriamo su questo, sul fatto che da noi vogliono i contenuti però, da monopolisti, i dati di chi ci compra nei loro “negozi” se li tengono stretti. Non ci pensano proprio, a condividerli”.

Ora, dove porta il salto culturale, però? Quale sarà il rapporto con il lettore-cliente? Che tipo di “prodotti-libro” gli verranno sottoposti? Quelli che si presume il lettore voglia, tutti uguali con piccole varianti, o possibilità di altre esplorazioni? La vampira sporcacciona e la saga liceale oppure si andrà nella direzione che,  dopo e insieme a Murakami, altri stanno percorrendo?
Non ho risposte.

Chiacchierando in bacheca

luglio 7, 2011

Qualche giorno fa si chiacchierava su Facebook su Fantasy e mercato. Leonardo Jattarelli del Messaggero è intervenuto e ne ha tratto un bell’articolo. Che vi ho copiato. Ecco.

“Più cliccavi, più il botta e risposta su Facebook si arricchiva, si gonfiava di “mi piace” e “condivido”. L’argomento? La crisi del Fantasy letterario, quello che da Il signore degli anelli di Tolkien a Twilight di Stephenie Meyer alla regina Rowling di Harry Potter per entrare infine nei meandri del Gotic, dell’Urban Fantasy, del Paranormal, aveva trasformato fino a qualche anno fa il mercato editoriale in una succursale della scuola per maghetti di Hogwarts. Oggi il trionfo del genere non solo viene messo in discussione, ma si assiste all’accensione di allarmanti spie di saturazione. Siamo entrati nel dibattito su Fb scoprendo che il discorso diventava mano a mano più ampio, fino a far parlare di crisi editoriale tout court legata anche agli ultimi, non edificanti, dati Aie (Associazione Italiana Editori).
A dare il via è la scrittrice Lara Manni (Esbat, Sopdet-La stella della morte) che in questi giorni sta affrontando la questione anche sul suo blog: “La sensazione è che ci sia – spiega – una grossa, grossa crisi. Dovuta non solo alla Crisi con la maiuscola, ma al fatto che negli ultimi due-tre anni si è pubblicato tantissimo per lettori che non ci sono. Fino alla stampa in Italia di Twilight, il genere Fantasy era considerato una supernicchia da tutti. Poi, è accaduta la stessa cosa, l’identico terremoto, provocato da Harry Potter. Si scopre il fantastico e, meraviglia, si scopre che funziona, e che vende. Dunque, si cominciano a pubblicare tutti i testi disponibili. Prima quelli americani, poi quelli italiani. Ma non perché si creda che il genere  abbia una propria forza narrativa, ma solo per il fatto che stravende, subito, ora, di colpo. Contiamo i libri sui vampiri o sugli angeli o sui demoni in circolazione. Non si riesce a stargli dietro. Quanti di questi libri sono buone storie? Pochi, detto con franchezza”.
Ecco il punto, ci inseriamo. Qual è la ragione di questa saturazione?
Risponde lo scrittore Giovanni Arduino (Mai come voi, Chiudimi le labbra): ” Si accorpano titoli young adult di matrice fantastica a urban fantasy maturi e a saghe paranormal romance per adulti, anche hard, senza nessun distinguo, basta che ci sia il vampiro, lo zombie, il lupo mannaro, il fantasma, il demone, la sirena, l’angelo.  Si sta esaurendo in due anni scarsi la produzione (soprattutto) americana di decenni, senza una qualsiasi programmazione”.
Dissente Francesco Falconi (L’ordine dell’Apocalisse, Mad for Madonna) che si inserisce nel dibattito: “Sarei cauto nel parlare di saturazione del genere fantastico. E’ vero, l’effetto Rowling-Tolkien-Me​yer ha puntato i riflettori sul genere, sia a livello cinematografico sia letterario, con il conseguente interesse degli editori nella produzione nostrana. Ma la situazione, nel suo complesso, è rimasta invariata”.
Sul mercato, questa è un’altra accusa da parte degli autori, gli editori buttano qua e là parecchia fanta-spazzatura. La pensa così, ad esempio, lo scrittore Claudio Cordella (L’ultimo rifugio). Dice: “Un po’ credo che sia successa la stessa cosa con i manga, con l’importazione indiscriminata di tutto quello che viene dal mare magnum del Giappone. Il guaio è che se saturi il mercato con la fanta-spazzatura, lo danneggi e perpetui lo stereotipo che non sia vera letteratura o vero fumetto ma appunto robaccia trash. Preoccupante”.
Dunque il problema è molti titoli e poca qualità? “E’ il leit-motiv degli ultimi anni – interviene la scrittrice Stefania Auci (Hidden in the Dark) – lo dico da blogger, da lettrice e da autrice. Ma quando si saturerà il mercato? E perché in Italia gli scrittori di fantastico hanno così tanta difficoltà a farsi accettare? Negli ultimi tempi, la qualità dei testi stranieri è davvero bassa e da noi ci sono case editrici che stanno tentando il passaggio del genere Paranormal romance dall’edicola alla libreria, pur mantenendo formati e prezzi da edicola, ma ovviamente risparmiano sulla qualità. Pessimo editing, refusi a non finire, eppure questi libri vengono venduti. A mio avviso si dovrebbe puntare più sulla qualità che sulla quantità”.
Esiste una difficoltà per l’autore italiano ad imporsi sul mercato? “Conti alla mano, l’autore italiano, soprattutto l’esordiente,  va costruito da zero. Le eccezioni (americane) alla regola si citano appunto perché sonoì  eccezioni. Vedi il caso di Amanda Hocking , la ventiseienne che avrebbe svenduto e-book di media fan fiction come fossero noccioline”.
Un’ultima curiosità. Sono stati citati finora parecchi titoli di autori stranieri, soprattutto inglesi e americani. Ma esiste una vetrina all’estero per i romanzi italiani di questo genere? “Che io sappia, al momento non proprio – precisa Lara Manni – . Ma ad esempio  Wunderkind di GL D’Andrea ha venduto in tantissimi paesi stranieri. E so che anche Chiara Palazzolo è tradotta in Spagna e Germania. Su questo sono fiduciosa. Il mercato straniero è più ampio e, a naso, meno rigido del nostro”.

Il box con l’intervista agli editori:

Loro non sono d’accordo. Gli editori contestano non solo il panico da saturazione degli autori ma anche le preoccupazioni su un mercato in crisi e la difficoltà di inserimento da parte degli scrittori italiani. Ribatte l’editore della Newton Compton, Raffaello Avanzini: “E’ vero che una big come la Meyer ha drogato un po’ il mercato, ma il genere Fantasy continua a vendere e a fare classifica. Tra i primi 10 della hit figurano oggi due libri Fantasy, Angelology e Passion, mentre tra i primi venti se ne contano 5. Le nostre penne? Faccio un esempio: io ho lanciato Federica Bosco che con il suo Innamorata di un angelo ha venduto 60mila copie. Il mercato non decresce – continua Avanzini – e adesso va bene anche il Fantasy storico come La legione occulta dell’Impero romano di Roberto Genovesi, edito proprio dalla Newton Compton”.
Concorda Pamela Ruffo, responsabile della narrativa per ragazzi della Fazi: “In Italia ci sono ancora molti testi da tradurre, soprattutto dall’America, ed è vero che gli autori italiani sono pochi, ma solo se parliamo di saghe Fantasy di grande spessore, altrimenti si può dire che sono spalmati su almeno cinque o sei grandi gruppi editoriali. In Inghilterra esce il triplo dei libri Fantasy – aggiunge Ruffo – ma è inoppugnabile il fatto che da noi la gente legge molto meno”. Quanto alle preoccupazioni degli scrittori, ammette: “Capisco la loro ansia ma le cifre non la giustificano. L’editore Fazi, a parte il grande successo di Twilight, in un anno su 90 libri ha pubblicato 12 titoli Fantasy, ed è un’alta percentuale”.
Riguardo ai maggiori costi richiesti per il lancio di un autore italiano, Avanzini spiega: “Il web ci dà una grossa mano: oggi i lettori sono già informatissimi sulle saghe in uscita e anche sui titoli italiani. Lanciare uno scrittore di casa nostra non ha un costo maggiore ma concordo invece sulla difficoltà di una vetrina nel mercato estero, soprattutto in America e Inghilterra. Qualcosa si muove invece in Spagna, Francia, Germania”. Aggiunge Pamela Ruffo: “In Italia il libro Fantasy guadagna terreno lì dove crea comunity sul web. E succede per la maggior parte dei casi. C’è uno stretto rapporto con il lettore online. Lo scrittore americano arriva in libreria forte di un marketing imbattibile, ma a dire la verità anche la qualità è più alta”.