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Ancora su Tolkien, De Turris, Casseri: parla Roberto Arduini

dicembre 20, 2011

Quando Antonio D’Orrico si compiace di carezzare gatti mannari e quando Umberto Eco, durante l’Infedele di ieri, sembrava confondere il fantastico con l’occultismo,  sembra logico sentirsi scoraggiati. Ma dal momento che la strada corre senza fine e ho tutta l’intenzione di percorrerla, passo agli interventi importanti. Per esempio, quello di Roberto Arduini, presidente dell’Associazione romana studi tolkieniani, su L’Unità di oggi, e che ha seguito con attenzione, come leggerete, la discussione che si è svolta in rete.

Si fa un gran parlare in rete e fuori delle coperture politiche e culturali che hanno portato alla tragedia di martedì a Firenze, quando il folle Gianluca Casseri ha ucciso a colpi di arma da fuoco due ambulanti senegalesi, ferendone gravemente altri tre prima di suicidarsi.
Ma il killer xenofobo non era un soggetto isolato. Frequentava CasaPound e soprattutto godeva della stima di autorevoli intellettuali della destra italiana. Su cui ora in molti puntano l’attenzione: sul forum del collettivo di scrittori Wu Ming, sui blog dedicati alla letteratura fantastica e ieri sera a “L’Infedele” di Gad Lerner, sono emersi i legami stretti che legavano Casseri a Gianfranco De Turris, vicecaporedattore dei servizi culturali al Giornale Radio della Rai, andato in pensione nel febbraio del 2009, in quota a Alleanza Nazionale e poi al Pdl.
In sua difesa è sceso in campo Gianluca Iannone, presidente di CasaPound Italia, mentre si sta stilando un’interrogazione alla commissione di Vigilanza Rai. «Casseri e de Turris avrebbero partecipato a comuni iniziative con tanto di filmati», scrivono il portavoce di Articolo21 Giuseppe Giulietti e il senatore Pd Vincenzo Vita: «Non ci interessano gli aspetti giudiziari, ma la Rai ha nulla da dire? I fatti a quando risalgono? Il De Turris in questione è forse lo stesso che continua a curare una rubrica su Radiouno Rai ogni domenica sera?». L’azienda si è vista costretta ad ammettere che il giornalista ora conduce il programma “L’Argonauta” assicurando subito che «valuterà la sua posizione».

De Turris ha firmato ben due prefazioni encomiastiche ai libri di Casseri. L’ultimo, “I Protocolli del Savio di Alessandria”, pubblicato a maggio per l’editore Solfanelli, è un’invettiva contro “Il cimitero di Praga” di Umberto Eco e conferma l’esistenza del complotto pluto-giudaico sul mondo. Nella prefazione, De Turris loda Casseri e spiega (come già fece il suo maestro Evola) che i Protocolli dei Savi di Sion, pur essendo un documento falsificato, nondimeno dicono cose vere. I saggi di Casseri su Lovecraft sono sempre stati annunciati sui siti web più noti nell’ambito del fantastico italiano, così come il romanzo scritto con Enrico Rulli, “La Chiave del Caos”, sempre con prefazione di De Turris e definito bonariamente un «romanzo esoterico». De Turris è fondatore e segretario della Fondazione «Julius Evola», dedicata al «pensatore» d’estrema destra, con trascorsi fascisti e nazisti, teorico della gerarchia tra le razze. Quel che ha compiuto Casseri non è in alcun modo un «atto di follia», ma una coerente messa in pratica di queste idee.

Ma non è solo la Rai a essere investita dalle polemiche. Di scrittori come J.R.R. Tolkien e H.P. Lovecraft la destra si è appropriata a lungo, impropriamente. Ed è proprio la casa editrice che pubblica le opere di Tolkien in Italia a esser chiamata in causa. Grazie a De Turris, Casseri ha partecipato ad “Albero di Tolkien” (Bompiani, 2007), raccolta di saggi che raduna il gotha della pseudo-tolkienologia di estrema destra. Il testo di Casseri in dodicesimo cerca di usare la tecnica dell’«adattabilità» dell’opera di Tolkien, più volte utilizzata da De Turris. Così, anche quando si parla di letteratura, mito o si racconta di mondi fantastici, viene trasmessa una cultura reazionaria. La lettura evoliana di Tolkien chiama in causa il suo cattolicesimo per rivendicare l’essere «di destra», come accade nella Postfazione a “La Leggenda di Sigurd e Gudrùn” (Bompiani, p. 436). La mera strumentalità di quest’assunzione trova conferma anche nella poca accortezza con cui viene trattato l’argomento, a volte con affermazioni ridicolmente false. Come quando De Turris scrive che Tolkien avrebbe convertito l’amico C.S. Lewis, che da protestante si fece cattolico (in “Il Medioevo e il fantastico”, Bompiani, p. 213).

L’esempio più eclatante dell’insipienza della casa editrice rispetto all’autore del “Signore degli Anelli” è però la recente pubblicazione del “Maestro della Terra di Mezzo” di Paul H. Kocher. Il volume è del 1972, cinque anni prima della pubblicazione del “Silmarillion” e soprattutto molto prima della pubblicazione dei 12 volumi della “History of Middle-earth”. De Turris nell’introduzione dimentica proprio questa prospettiva storica, liquidando in poche parole i 40 anni che lo separano da noi e ignorando completamente quanto è stato pubblicato in questi anni anche in Italia. I limiti di De Turris come critico tolkieniano sono poi confermati dal testo, come la nota 21 (p. 64), in cui confonde il capo dei Nazgul col Negromante, oppure la nota 98 (p. 334) in cui pone nella Seconda Era (e non nella Prima), l’incontro tra Túrin e Mim. Ma la più clamorosa è la nota 60 (p. 244) in cui, parlando di Minas Tirith, De Turris spiega, travisando completamente il testo, che la Montagna Bianca sarebbe il Taniquetil di Valinor, un po’ come mettere l’Everest sulle Ande. Viene da pensare che la sua conoscenza della critica tolkieniana si limiti alla “Biografia” di Michael White (p. 41), opera ben più scarsa di quella ufficiale di Carpenter. Ma si cita sempre l’introduzione al “Signore degli Anelli” di Elémire Zolla, scritta dall’intellettuale di destra nel lontano 1969 e smentita, nel medesimo libro, dalla Prefazione scritta da Tolkien stesso. Perché preoccuparsi di tutto questo? Tanto Tolkien vende lo stesso…

Le parole per dirlo, e dirlo adesso

dicembre 14, 2011

Aprite i giornali. Troverete un ritratto di Gianluca Casseri, l’uomo che ha sparato tra gli ambulanti di Firenze cercando di ammazzare il negro, e due ne ha ammazzati infatti, e altri ne ha feriti. Troverete scritto che amava Tokien e Lovecraft (“scrittore razzista”). Troverete scritto che frequentava Casa Pound. Troverete scritto che i forum fascisti inneggiano a lui.
Aprite Facebook.  Troverete gruppi  che ne venerano già la memoria con queste parole: “ONORE ETERNO A GIANLUCA CASSERI! e al conte dracula vlad tepes che impalava gli islamici e traditori!”
E, naturalmente, troverete ovunque prese di distanza. Il fantastico non è questo, era un matto, era uno schizzato, ma chi lo conosce.

Adesso, fermatevi. Perché la follia è una giustificazione troppo semplice. Quando qualcuno varca la soglia e mette in atto quelle che fino a poco prima erano solo parole, è matto. Ma quelle parole ci sono, restano (o quasi: mai assistito a una cancellazione così rapida di post e articoli, in queste ore), continuano a essere pronunciate.

Questo è il momento, per chi lavora nel fantastico da autore, da lettore, da osservatore, di dire le cose come stanno e di prendere le distanze. E’ vero. Esiste una parte del fantastico italiano che  costeggia quegli ambienti. Gianluca Casseri era un collaboratore di Gianfranco De Turris, di cui su questo blog si è parlato pochi giorni fa.  Come è scritto su Giap!, ha collaborato a un libro, edito da Bompiani, dove di Tokien si parlava. Aveva scritto un saggio sui protocolli dei savi di Sion dove i medesimi venivano dichiarati veritieri, con prefazione dello stesso De Turris, anche prefatore del suo romanzo.  I suoi saggi su Lovecraft sono stati annunciati  su siti fra i più noti nell’ambito del fantastico italiano, e così il romanzo scritto con Enrico Rulli.
Mi si dirà: cosa c’entra tutto questo con il fantastico? Vuoi dunque unirti alla schiera di coloro che lo demonizzano, come se non fossero già abbastanza? Mi è stato detto: l’arte (quale? Mi rifiuto di considerare arte gli scritti di questo signore) è al di sopra degli uomini. Mi è stato detto: non fare di tutta l’erba un fascio (e perdonate l’involontaria ironia).
Rispondo: esiste una parte del fantastico italiano che alle derive non è affatto nuova.  Di Tolkien la destra si è appropriata a lungo, impropriamente. Di battute razziste e antisemite ne leggo molto spesso, nei siti e blog di fantastico (oh, certo, sono ironiche). Di inconsapevolezza, infine, ne vedo a bizzeffe. Perché sembra che per essere autori di fantastico basti, come dice Wu Ming 4 in un commento al post di ieri, edotti a proposito di canone e tecnica. Quando si parla di contenuti, tutti zitti. Tutti zitti quando Silvana De Mari si lancia nei suoi monologhi anti-islamici sul blog. Tutti zitti quando gruppi e gruppetti di estrema destra adottano i simboli e i mondi che dal fantastico provengono. E, oggi, tutti pronti a dire “non siamo così”.
Certo che non lo siamo. Dimostriamolo. Che si prendano le distanze. Chi ha recensito Casseri, partecipato a convegni in sua compagnia, magari, e chi lo sa, riso a qualche battuta sui froci ebrei comunisti, lo dica. Non è giusto che gli autori di fantastico e coloro che lo leggono e lo amano vengano equiparati a chi ne condivideva le idee.
Ma va detto.  Altrimenti l’inconsapevolezza diventerà colpa. E mai, mai usciremo dalla nicchia che detestiamo.  Ricito Wu Ming 4:
” non si alza mai lo sguardo, non si spazia, non ci si rende conto di quale grande problematicità e complessità etica si esprime attraverso la creazione letteraria di mondi. Il fantastico rimane il passatempo per i nerd e per le ragazzine sognanti. E così va bene tutto, un’interpretazione vale l’altra, e passa tutto in cavalleria, anche i fascisti che diventano “esperti” di Tolkien. Poi un bel giorno salta fuori un pistolero che si mette a sparare a chi ha la pelle scura e ohps… ti accorgi che era quello con cui hai fatto il convegno o a cui hai recensito il libro. Ma te lo sei chiesto cosa diavolo c’era scritto in quel libro? E ti sei chiesto magari se per caso un autore come Tolkien non si fosse già dovuto mettere il problema di come scrollarsi di dosso certe letture “con la bandiera di Pretoria”? No, perché è soltanto fantastico… Che vuoi che c’entri la vita reale?”

Siete così? No? Ditelo. Adesso.

La narrazione della narrazione di un mondo

novembre 29, 2011

Qualche giorno fa ho dato notizia del Tolkien Seminar che si è svolto a Modena il 25 e 26 novembre, con la partecipazione di Verlyn Flieger. Wu Ming 4 fa ai lettori del blog un regalo: una sintesi dell’intervento di Flieger, con premessa. Mi sembra importantissimo per cercare di approfondire cosa sia e come venga interpretata l’opera di Tolkien. Ecco:

E’ necessario che io faccia una non breve premessa “storica”, senza la quale chi ha una conoscenza appena basilare dell’opera di Tolkien farebbe un po’ fatica a seguire il discorso. E’ questa:
In Italia sono stati pubblicati soltanto i primi due volumi della “History of Middle-Earth”, la quale è composta in tutto da undici volumi (+ uno di indici) pubblicati dal figlio di Tolkien nell’arco di tredici anni (1983-1996).
Christopher Tolkien decise di pubblicare tutto il materiale inedito, compiuto e incompiuto, di suo padre, perché si era reso conto di aver fatto un errore. Vale a dire che dopo la morte del padre, interpretando la sua volontà, Christopher cercò di redigere l’opera a cui Tolkien aveva lavorato tutta la vita senza riuscire a pubblicarla: “Il Silmarillion” (cioè la raccolta della mitologia e delle antiche leggende della Terra di Mezzo).
Si mise di buona lena a far quadrare i conti partendo dall’ultima versione a disposizione, risalente agli anni Trenta. Di fatto, quello che nel 1977 venne pubblicato postumo come “Il Silmarillion” è un’opera a quattro mani, redatta dal figlio sistematizzando i materiali del padre. Negli anni successivi Christopher si mise a studiare lo sterminato archivio paterno e si rese conto di avere commesso appunto uno sbaglio. Non solo il padre aveva continuato a rimuginare e a riscrivere brani del legendarium, ma era chiaro che su molti racconti non aveva ancora trovato un punto fermo, e aveva continuato a interrogarsi fino all’ultimo. Di conseguenza era impossibile sapere quale delle varie versioni di un racconto avrebbe scelto di inserire nel legendarium. Non solo: Christopher si rese anche conto che tutto quel materiale incompiuto costituiva una sorta di opera nell’opera, cioè il racconto dell’invenzione della Terra di Mezzo, con tanto di vicoli ciechi e piste scartate. Quindi prima pubblicò i “Racconti Incompiuti” (che tali rimangono), e poi iniziò a redigere la “History Of Middle-Earth” (in gergo tolkieniano: la HOME).
E’ chiaro che un’operazione editoriale del genere comporta enormi problemi di critica letteraria, dato che nessuno dei testi lì contenuti è stato definitivamente liquidato dall’autore per la pubblicazione. Occorre rassegnarsi al fatto che “Il Silmarillion” come poteva averlo immaginato Tolkien non lo leggeremo mai. Abbiamo da un lato una sorta di riduzione/redazione fatta dal figlio; dall’altra una raccolta critica (fatta sempre dal figlio) di tutto il materiale spurio. Diciamo quindi che quello che sarebbe stato “Il Silmarillion” di J.R.R.Tolkien si trova nel punto ideale tra questi due estremi, e a esso ci si può soltanto approssimare attraverso le ipotesi.
Fine della premessa (col fiatone, e chiedo scusa ma più stretto di così non riuscivo a stare…).

Le osservazioni di Verlyn Flieger si concentrano su tre aspetti dell’opera di Tolkien:

1) Per quasi tutte le storie che compongono la sua opera letteraria Tolkien utilizza l’espediente del racconto nel racconto e addirittura del libro nel libro (alla fine i libri che teniamo in mano hanno un corrispettivo nel mondo immaginato da Tolkien).
C’è quindi un predominare e un moltiplicarsi dei narratori insieme ai racconti. Si comincia con narratori elfici e si arriva a quelli umani e poi agli hobbit. Con il mutare dei narratori, muta il tono delle storie e in certi casi anche il loro contenuto. Comunque c’è un progressivo discendere da una dimensione del racconto mitico a quello epico-eroico, fino al romanzo, più prossimo al gusto moderno. Ogni narratore quindi ha un suo stile e punto di vista sulla medesima storia: la eredita e la riallinea con ciò che poi lui stesso va ad aggiungere. Questo significa che – come ogni apparato leggendario “reale” – l’epopea di Arda e della Terra di Mezzo non ha un narratore privilegiato, è il prodotto di una coralità che muta nel tempo. Ecco perché “nothing in the legendarium should be taken as absolute. All the stories are tied to point of view”.

2) Questo vale anche per i miti cosmogonici del mondo fantastico in questione. Quando Christopher Tolkien pubblicò il suo “Silmarillion” nel 1977 lo presentò come se fosse un testo a se stante, senza alcuna cornice. In quella veste appare come una sorta di Vecchio Testamento, che comincia con il nome del Creatore, etc. Fu una scelta deliberata: “nel lavoro più recente non c’era traccia o allusione ad alcun ‘espediente’ o a una ‘cornice’ nella quale l’opera avrebbe dovuto essere inserita. Secondo il mio parere, egli [Tolkien senior] decise infine che nulla di tutto ciò sarebbe stato necessario, e che si sarebbe limitato alla sola spiegazione di come (nel mondo immaginario) i fatti si fossero tramandati.” (Ch. Tolkien, Introduzione a “Racconti Ritrovati”).
Al netto della scelta fatta da Christopher, nulla ci dice che Tolkien la vedesse così. Se non altro perché le precedenti versioni della cosmogonia di Arda – poi raccolte nel primo volume della HOME – avevano invece una cornice, vale a dire erano anch’esse racconti nel racconto, narrati a un protagonista, quindi legati a un determinato contesto e a un determinato narratore. Non avevano cioè l’aspetto del Verbo rivelato, ma del mito tramandato, in una dimensione pseudo-storica. Nella concezione originaria erano dunque anch’essi relativi. Ai lettori cattolici che lo rintuzzavano per la scarsa aderenza del suo racconto con la teologia cristiana, Tolkien rispondeva: “Un racconto è in ultima analisi un racconto, un pezzo di letteratura, concepito per avere un effetto letterario, e non una storia reale”.

3) Lo stesso vale per le teorie sulla morte e sul destino post-mortem delle varie razze presenti nei suoi racconti. Esiste un intero filone di studi tolkieniani che si basa sulla compatibilità, complementarietà e coincidenza tra la cosmogonia, teologia e soteriologia di Arda e quella cristiano-cattolica. Eppure Tolkien aveva enunciato nelle sue lettere una regola aurea: mai introdurre riferimenti espliciti alla religione cristiana nella propria creazione letteraria. Questo ovviamente non esclude – come Tolkien stesso riconosce – che il simbolismo contenuto nella sua opera possa evocare elementi religiosi, ma è la citazione esplicita che va evitata, ovvero l’allegoria a chiave, la corrispondenza diretta tra figure del mondo secondario (fantastico) e quelle del mondo primario (reale). Per un motivo molto semplice: nel momento in cui l’allegoria è palese, il racconto parla di una cosa per parlare di un’altra, strizza l’occhio al lettore, rimanda immediatamente al nostro mondo, e così crea distacco dalla narrazione. In questo modo diventa ironico, quando non addirittura parodistico.
Non solo Tolkien prendeva troppo sul serio la propria fede religiosa per correre un rischio del genere – e lo dice esplicitamente -, ma soprattutto era consapevole che una scelta di quel tipo avrebbe fatto decadere il fascino del racconto. E’ la scelta che compì invece il suo amico C.S. Lewis, le cui opere narrative infatti non sono riuscite a essere così pregnanti e affascinanti come quelle di Tolkien (e hanno retto molto meno all’usura del tempo). Ecco perché “il mito e la fiaba devono, come tutte le forme artistiche, riflettere e contenere fusi insieme elementi di verità morale e religiosa (o di errore), ma non esplicitamente, non nella forma conosciuta del mondo ‘reale’ primario” (Lettera 131).

In conclusione, alla luce dell’osservazione della Flieger l’intero filone interpretativo confessionalista verrebbe a cadere, perché il mito di Arda sarebbe in divenire, cioè mito storico, mito per qualcuno (sia esso elfo, uomo, nano, hobbit… o perfino orco), quindi un mito relativo. Un mito che può certo contenere sfaccettature di verità, perché racconta qualcosa sulla condizione e sulla natura umana, ma non già di una verità rivelata o trascendente.
Quella di Tolkien sarebbe quindi la narrazione della narrazione di un mondo; la ricostruzione del percorso storico-narrativo che ha portato una mitologia a diventare letteratura.
Dice Flieger: “In quei dodici volumi [della HOME] possiamo vedere Tolkien non già mentre crea una mitologia per l’Inghilterra, ma mentre sperimenta una varietà di cornici, di voci narranti, e di congegni narrativi per compiere il passaggio dal racconto orale al libro stampato, per mostrare attraverso quali mediazioni e quali espedienti esso arriva nelle nostre mani”.
Va da sé, che anche la lettura tradizionalista, cioè quella di matrice destrorsa, ne esce a pezzi, giacché se le leggende vengono messe in una prospettiva storica e quindi mutano, anche la luce sotto la quale cadono certe figure archetipiche e simboliche muta con esse. La Storia ha il sopravvento sulla Tradizione. Ciò che trionfa è appunto il racconto stesso, che ti trascina dentro e si fa prendere sul serio, pur rimanendo sempre il racconto di qualcuno a qualcun altro. Non è affatto da escludere che proprio in questa relatività, in questa magmatica continua riscrizione, risieda parte del suo realismo.

Tolkien e il fandom

novembre 3, 2011

Il  fandom, soprattutto e forse esclusivamente quello tolkieniano, ha una storia: la ricostruisce Wu Ming 4 nel suo intervento a Lucca Comics, di cui viene postata una sintesi su Giap!.  Negli appunti si risponde a una domanda: perchè proprio Tolkien ha ispirato migliaia di narrazioni che agiscono su diversi formati – dalla fan fiction al videogioco e allo stesso film -, anche prima del rilancio cinematografico de Il signore degli anelli?
“Perché Tolkien trasformò in narrativa una parte relativamente limitata della storia del suo mondo immaginario”, dice Wu Ming 4. Ma non solo per questo: Tolkien ha attinto a un panorama narrativo e mitico senza paternità: amava e si è servito, cioé, di una “letteratura basata sulla co-autorialità, prodotta tramite passaggio del testimone nel corso del tempo e per ricombinazione da parte del singolo poeta. Lui stesso tendeva a considerarsi una sorta di collettore di leggende e poemi; pur inventando un mondo fantastico, aveva l’impressione di scoprire le storie che raccontava come se fossero state tramandate da un passato mitico-storico “.
Tolkien considerava la sua opera, cioè, come il tassello di una storia più antica e non ancora terminata. Lo scrive in una lettera del 1954: “Se vuoi la mia opinione, il fascino [del Signore degli Anelli] consiste in parte nell’intuizione dell’esistenza di altre leggende e di una storia più ampia, di cui quest’opera non contiene che un accenno”.  Un’opera dove,  dice in un’altra lettera,  non tutto viene mostrato, per lasciare consapevolmente spazio “per altre menti e altre mani “.
Ma questo, scrive Wu Ming 4, significa porsi in una posizione diversissima rispetto alla concezione letteraria novecentesca:
“Una volta decretato che il Novecento è il secolo della dissoluzione del romanzo; il secolo dei modernisti, di Eliot, Proust, Woolf, Kafka, Musil; il secolo in cui l’Ulisse di Joyce rimpiazza l’Ulisse di Omero; una volta stabilito che l’uomo contemporaneo è senza qualità e che i suoi valori sono incerti tanto quanto la conoscenza della verità; e soprattutto una volta acclarato che questo è il massimo grado raggiunto dalla civilizzazione letteraria; ebbene, non è più possibile accettare che un narratore dica qualcos’altro. Se lo fa bisogna compatirlo, tacciarlo di ingenuità e fideismo, tutt’al più relegarlo nella categoria ad hoc dei curiosi fenomeni paraletterari. Questo, a mio avviso, è il motivo principale per cui nonostante la sua persistenza e l’innegabile influenza sulla cultura letteraria contemporanea, la critica e le istituzioni letterarie si rifiutano di considerare Tolkien un classico del Novecento. Accettare Tolkien significherebbe accettare l’eresia di uno che è andato controcorrente rispetto alla tendenza del proprio tempo e ha dimostrato con successo che si poteva fare”.

La mia sensazione è che l’equivoco sul fantastico che pesa ancora oggi su chi ne scrive (e chi ne legge) nasca esattamente da qui. L’equivalenza con il “monnezzone” su cui  ancora si ostina la maggior parte della critica e, per essere chiari, la maggior parte del mondo letterario italiano, viene dal non aver riconosciuto quella concezione di narrativa. Possiamo anche dire che non ci interessa, che dei critici facciamo a meno, che la letteratura – in assoluto –  non ci riguarda: ma non è così inutile prenderne atto. Anzi.

 

Quando diventi più furbo, non smetti di strappare le ali alle mosche, cerchi solo di trovare dei motivi migliori per farlo

luglio 27, 2011

Siamo quelli di United Colors of Benetton. Siamo cresciuti così, con i volti sorridenti di ogni provenienza sullo stesso sfondo bianco e con la stessa maglietta colorata.
Siamo quelli che si imbattono tutti i giorni nella parola “multicultura” (“multietnico”, in altri casi).
Siamo quelli che comprano “Il cacciatore di aquiloni”.
Eppure, la nostra pancia dice altre cose, e il nostro orrore per quanto è avvenuto in Norvegia include lo stupore del “come fanno ad essere come sono?”. Basti leggere le cronache di questi giorni: sappiamo tutto dei gusti letterari di Breivik, ma gli articoli sulla cultura politica europea da cui emerge sono di oggi, sulla spinta delle dichiarazioni di Borghezio. Ha mille volte ragione Wu Ming 1 quando, a caldo, scriveva:

“dopo aver tentato la più “pavloviana” delle false piste (quella islamica), i media nostrani faranno a gara per “spoliticizzare” l’atto di Anders Behring Breivik, isolandolo dal suo contesto ideologico e politico. Parleranno di un “pazzo isolato”, scriveranno articoli nei quali costui sembrerà un asceta, una sorta di folle poeta romantico, a suo modo nostalgico di un’idea di bellezza. In questo modo, i media diverranno fin da subito suoi complici, fingeranno raccapriccio per il suo gesto ma intanto lo “eroicizzeranno”, occultando un pericolo che riguarda tutti noi.”

Perchè ci interessa? Cosa ha a che fare tutto questo con il nostro lavoro? Perchè dovrebbe riguardare un autore, in particolar modo, di narrativa fantastica?
Perchè quello che io credo (e ribadisco per la millesima volta che la mia è una convinzione personale e non un manifesto, né un’ideologia, né una poetica generale) è che nel delineare i conflitti e i rapporti fra mondi è importante avere, quanto meno, una consapevolezza.
Una, fra le molte: il Male non è mai da una parte sola.
Tolkien lo sa. Rowling lo sa. Lo sa, appunto, anche Stephen King, pur se i suoi romanzi sembrano concludersi con il trionfo del Bene. Ma pensate al finale di Carrie, per fare un solo esempio. Chi è il malvagio e chi l’innocente? E quanto la buona Sue Snell, la compagna che spinge il suo ragazzo ad accompagnare Carrie al ballo fatale, è incolpevole? Non c’era anche lei a tirare assorbenti su Carrie, in apertura del romanzo? Non pensa anche lei che Carrie vada difesa “perchè ciò è bene” e non perchè” lei è Carrie”?
La differenza è qui, e non è piccola.

Ps. E, a vostro parere, è un caso che la madre di Carrie, Margaret White, sia una fondamentalista (cristiana, nel caso), così come tanti personaggi che torneranno nella produzione successiva di King (e che esistevano anche in Tolkien, sotto altre spoglie)?

 

Tre passi nel delirio (virtuale e non)

luglio 25, 2011

Venerdì scorso, postando l’ultima delle riflessioni su Camus, contagio, rabbia, non avrei mai immaginato che sarebbero divenute l’ouverture teorica e letteraria alla cronaca. Alla tragedia della e nella cronaca. Ne ho discusso a lungo, su Facebook: una discussione complessa, animata e persino dolorosa, dal momento che mi è costata in termini di amicizie. Non poche. Però, penso sia stata e sia una discussione importante. Provo a riassumerla per punti, con la promessa di ampliarla nei prossimi giorni.
Tutto, come è intuibile, nasce dall’orrore di Oslo e di Utoya: e si dipana in questo modo.
La Waterloo del giornalismo.
Venerdì, tardo pomeriggio. Rientro a casa, accendo il computer e accendo, contemporaneamente, la televisione. Apertura del Tg3. La direttrice, Bianca Berlinguer, esordisce dicendo “Sono tornati. Il terrorismo internazionale è tornato”. Consulto il sito di Repubblica. La pista della jihad è quella data quasi per scontata. Ora, io non sono certo un’esperta in terrorismo: ma l’idea di un jihadista che compie una strage atroce, in un isolotto norvegese, mi ha richiamato alla mente più Columbine che Aldgate. Così, in rapida successione, mi sono collegata con il sito della Bbc e con quello del Guardian: su quest’ultimo venivano pubblicati aggiornamenti continui dalle agenzie di stampa norvegesi. Già all’ora del Tg3, la pista del terrorismo islamico veniva esclusa. Ho tenuto la televisione accesa fino alla fine di Linea Notte, sempre Tg3. A quell’ora, si sapeva già (nei siti d’informazione inglesi) che l’attentatore era norvegese e legato a gruppi di estrema destra (che dal 2009 crescono nei paesi scandinavi).  Alla fine di Linea Notte, quando era ormai già sabato e il mondo anglofono sapeva da parecchio, è stato detto che, appunto “forse” l’Islam non c’entrava nulla.
Tardi, per alcuni giornali. La mattina dopo, “Il Giornale” usciva con una doppia prima pagina, incluso articolo furibondo contro il pericolo islamico.
Come reagisce Facebook? In parte, allo stesso modo de “Il Giornale”. Rabbia, furia, uccideteli, Pisapia gli costruisce le moschee a questi maiali.  Una scrittrice fantasy, dal suo blog, usa le stesse parole del killer norvegese. Le stesse. La nostra civiltà è in pericolo. Per colpa dell’Islam la civiltà cristiana verrà annientata. E anche se non è stato l’Islam a uccidere cento persone in Norvegia, fa niente: è colpa loro ugualmente. Di qui, il punto due.
La responsabilità degli scrittori
E’ la seconda riflessione, più controversa, che ho lanciato su Facebook. Cosa mai avranno a che fare, gli scrittori, con quanto è avvenuto? Molto poco, direi, a dispetto della frenesia con cui i giornali hanno frugato nella libreria dell’attentatore per comprenderne le letture (di cui al punto tre). Ma proprio il blog di quella scrittrice, che mi agghiaccia non da oggi, mi ha fatto pensare. E anche discutere animatamente. A me, come ho detto altre volte, l’idea che la stessa scrittrice che incita alla guerra santa vada a parlare nelle scuole medie a bambini di undici anni fa venire i brividi. Per altri, impedirlo sarebbe censura, o limitazione della libertà di opinione. Mi chiedo dunque: qual è il discrimine? Non sto parlando dei suoi libri: tutti i libri devono circolare liberamente. Sto parlando della possibilità che una persona che usa la stessa violenza verbale, in peggio, dell’ultima Oriana Fallaci, abbia come interlocutori dei bambini. Mi rendo conto di essere in minoranza, e mi tengo il dubbio. E tu, che sei estremista nel tuo blog?, mi è stato detto in pubblico e privato. Posso solo dire che su questo blog ho semmai parlato di fatti che riguardano la storia del nostro paese: nel caso della Scuola Diaz, a cui si riferisce l’ultimo post, citando testimonianze fatte nel corso di interrogatori. E dopo una sentenza di secondo grado che conferma quel che è avvenuto dieci anni fa a Genova.
Se io, da questo blog, incitassi alla violenza, dovreste segnalarmi. Se io, dalla mia pagina Facebook, incitassi a gettare bombe su chi, sabato, manifestava pacificamente a Genova, dovreste denunciarmi. E’ censura? E’ limite alla libertà d’opinione? Io penso di no. Penso che ci sia una gigantesca confusione, un enorme irrisolto, su cosa significhi democrazia. E, a proposito di confusione, il punto tre.
Fascisti su Mordor
Tolkien. Non ho ben capito da dove sia venuta fuori la notizia, dal momento che molti articoli sostenevano che Breivik, il killer norvegese, leggesse Kafka. Ma qualcuno, su Facebook, ha pensato bene di tirare fuori Tolkien, magari per regolare vecchi conti. Tolkien genera mostri? Naturalmente no. Ma il Tolkien malinteso esiste, anche fra i suoi lettori (per inciso, date un’occhiata a quanto scrive Wu Ming 4, e leggete i suoi saggi e romanzi su Tolkien, per cercare di capire meglio). Ed esiste, ancora oggi, nel vasto mondo della lettura (e, ahinoi, dell’insegnamento) chi identifica il fantastico con la destra. Alt. Non parlo della destra partitica. Parlo del pensiero e della cultura di destra. Fantasy=conservatori nostalgici che sognano di abbattere il Male con gli spadoni.  Chi legge questo blog sa che non è così. Ma siamo proprio sicuri, noi che scriviamo e leggiamo fantastico, di poter e dover fare a meno di chi è ancora prigioniero dentro questo stereotipo?
Questa è la domanda.
Su tutto il resto, non ho le risposte, o almeno non risolutive. Se non vi dispiace, concludo ancora con Camus. E con una delle sue frasi che amo di più: “le grandi idee arrivano nel mondo con la dolcezza delle colombe”. La forza della Norvegia, in questi giorni, è stata in questo pensiero: a dispetto di chi, sui social network e in rete, continua ad accendere roghi virtuali per bruciare interi popoli.

 

Tolkien e i simboli

marzo 9, 2011

Se avete interrogativi per quanto riguarda la tradizione e i simboli. Se volete sapere quale è stata la strategia di appropriazione politica che riguarda Tolkien. Se volete impiegare bene il vostro tempo, ascoltate l’audio della serata con Wu Ming 4 e Roberto Arduini. Si trova su Giap. Utile per chi legge e per chi scrive.

Dopo le trincee

settembre 22, 2010

Adoro Antonia Byatt, che è scrittrice molto complessa, molto ambiziosa ma non elitaria. E adoro quello che dichiara a Repubblica questa mattina a proposito della letteratura per ragazzi che si è sviluppata nell’Inghilterra post vittoriana, al centro del  suo ultimo romanzo, Il libro dei bambini: “una delle forme più alte di letteratura”, la definisce.
E dice un’altra cosa, che mi tocca anche per motivi personali di scrittrice (parte di Sopdet è ambientata nella Prima Guerra Mondiale) e lettrice (Wu Ming 4 ha descritto molto bene quale sia stata l’influenza della medesima in Tolkien):

“La generazione che aveva scelto di essere bambina e libera è stata massacrata. E sa, a riprova di questo, che cosa ho scoperto e ho messo nel libro? Che i ragazzi inglesi, in mezzo a quel massacro, chiamavano le trincee con il nome dei personaggi o dei luoghi delle fiabe: la trincea di Peter Pan, il Boschetto di Uncino, la Casetta di Wendy”.

Ho sempre pensato che quella guerra abbia segnato in modo profondissimo il mondo occidentale. Ne ha cambiato i sogni, ne ha delimitato i confini. E, forse, ha fatto sì che gli scrittori fantastici si mettessero in cammino in modo più compatto di quanto era avvenuto in precedenza. Forse.

Scrivere senza allegorie

agosto 12, 2010

C’è un articolo interessante sul magazine di  FareFuturo, riportato anche dai quotidiani, che ritira in ballo Tolkien. Nel modo, naturalmente, sbagliato. L’articolo è firmato da Domenico Naso. Dice questo:

“C’erano giovani, ad esempio, che vedevano nella saga de Il Signore degli Anelli lo spirito della loro azione politica, delle loro idee, del loro stile di vita. Per decenni, quella compagnia dell’anello è stata il simbolo di una intera comunità politica, che lottava per il Bene, che rifuggiva il Male, che non cedeva al fascino perverso del potere, che era orgogliosa di essere altro e altrove. Erano tutti hobbit, quei ragazzi di allora. Erano tutti Frodo, Sam o Pipino. Ed erano fieri di esserlo. Lottavano al fianco di Gandalf, quei ragazzi. E per loro Sauron era il male assoluto, la rappresentazione del potere che corrompe gli animi, che uccide gli ideali e trasforma tutti in belve assetate di gloria. Erano hobbit, dicevamo, e molti di loro oggi si sono riscoperti orchetti, al servizio proprio di quel Sauron che, dalla reggia tetra delle terre di Mordor, cerca di resistere all’avanzata inarrestabile del Bene. Quegli orchetti, o addirittura quei gollum, subiscono il fascino dell’anello del Potere. Un fascino negativo, corrompente, torbido ed obnubilante. Sauron li tiene sotto scacco, usando proprio il potere, e tutte le sue più deleterie derivazioni, come mezzo di persuasione.
Il capolavoro di Tolkien era la Bibbia di una religione laica di libertà e coraggio, di valore e incorruttibilità. Di quel modello cosa è rimasto? Ben poco, a quanto pare”.

Tanto per cambiare, ho la vaga idea che del Signore degli anelli si voglia capire molto poco. A cominciare dalle tre righe qui sopra. Libertà, coraggio e valore? Il signore degli anelli si basa su un’anti-quest. Non si va a conquistare un oggetto magico ma a distruggerlo. Non è un eroe alla Howard a compiere l’impresa, ma una buffa creatura coi piedi pelosi che desidera solo fumarsi l’erba pipa in santa pace.
Secondo. La compagnia dell’anello, e i loro sodali, non sono immuni dal Male, ma convivono con esso. A distruggere l’anello è Gollum, non Frodo. Galadriel è tutt’altro che una fata benefica. Gli elfi – cui alcuni lettori continuano a guardare sognando che siano Conan il barbaro – sono terribilmente ambigui. Mai stati “buoni”, comunque.
Terzo. Farefuturo, com’è notissimo, è magazine finiano. Mi verrebbe irrispettosamente da chiedere che se gli ex compagni di maggioranza sono orchetti di Sauron, i finiani non si sentono allora Uruk-Hai sotto l’oscura torre di Saruman?
(Ma davvero, basta con le interpretazioni politiche di Tolkien. Il professore sarebbe furibondo. Lui che ha scritto più e più volte che nulla delle sue opere è interpretabile come un’allegoria, per esempio).

C’era una volta: una modesta questione

Maggio 21, 2010

Once upon a time.
La questione della lingua era faccenda che coinvolgeva tutti gli scrittori. Diciamo dai tempi di Dante ad oggi. Ma forse anche prima.
Once upon a time.
Non posso mica raccontarvela tutta. Diciamo che, nel secolo scorso, c’erano quelli del Gruppo 63 che dicevano: no trama, no personaggi (no future, mi verrebbe da aggiungere). Solo lingua. Un certo tipo di lingua. Che poi se la cantassero e suonassero fra loro, almeno molto spesso, era un fatto. Che poi nel gruppo 63 ci fosse anche Umberto Eco, che scrisse Il nome della rosa (e partì, molto probabilmente, dalla lingua), è un  altro fatto ancora.
Once upon a time.
C’è una frase di Tolkien che giustamente Wu Ming 4 pone in rilievo nei commenti (al post di ieri). E la frase è questa.

“Per me il Signore degli Anelli è essenzialmente un saggio di estetica linguistica”.

Torniamo a noi. Al fantastico di casa nostra, assai attento a mappe, razze, cornici, trame. Giustamente. Cosa manca? Cosa “ci” manca? Forse proprio quel punto di partenza: in quale lingua racconto? Quale voce parlerà nella mia storia?
Per me, vale la pena di pensarci.