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L’inner space del fantasy

febbraio 2, 2010

Provo a fare un post serio: ripeto, “provo”. Non ha pretese di sistematizzare un bel niente, è solo un “faccio il punto a modo mio”: quindi, non pensate di trovarci nulla di più.
Dieci anni fa, la qui presente Manni aveva sviluppato una passione tardiva per il cyberpunk. In particolare, cominciò con due antologie, “Mirrorshades”, curata da Bruce Sterling, e “La notte che bruciammo Chrome” di William Gibson. Poi ho letto “Neuromante”. E “Aidoru”, che ho amato molto.
Quello che mi era piaciuto, a pelle, del cyberpunk, era banalmente la stessa cosa che mi aveva colpito in “Matrix”: l’idea che tutto avvenisse dentro la propria testa, almeno in molti casi. Immagino che chiunque sia affascinato dalla letteratura fantastica abbia anche questa motivazione: la vecchia caverna di Platone dove i prigionieri scambiano le ombre per realtà.

Non molto tempo dopo ho scoperto James Ballard, e la sua teoria dell’Inner Space. Un percorso a ritroso, insomma. Cosa sosteneva Ballard in un famosissimo articolo che si chiamava proprio  Come si arriva allo spazio interiore? In sostanza, che dopo anni di fantascienza ambientata nello spazio extraterrestre, era il momento di dedicarsi a tutt’altra esplorazione. Alla psiche, e a quello che succedeva là dentro. “Idee psico-letterarie”, le chiamava.

Ieri pomeriggio rimuginavo su questi concetti. E pensavo che, forse, anche la nostra narrativa fantastica – o meglio, fantasy –  avrebbe bisogno del suo Inner Space. Perchè dopo decenni di spazi esterni, e di foreste elfiche e di grotte di nani, di mappe e di confini, forse tentare la via interiore sarebbe cosa salutare. Il che non significa affatto cedere a quella che nella narrativa mainstream si chiama “autofiction” e che sembra l’ultima tendenza italiana: ma privilegiare quel che avviene “dentro”  mentre si racconta il  “fuori”.

Ora, se Ballard smette di rigirarsi nella tomba, provo a rifletterci ancora.

Un licantropo a Wall Street

ottobre 16, 2008

Stavo ragionando sul taglio dei consumi: i miei. Non pochi, se faccio due conti. Poi stavo ragionando sulla narrativa. E mi sono fatta una domanda buffa: come potrebbe essere una storia fantastica che abbia sullo sfondo la recessione?

Perchè uno sfondo sociale c’è sempre. Se devo parlare delle mie modestissime storielle, sapevo, mentre scrivevo, che in un caso stavo raccontando anche di un conflitto giovani-adulti, e che nel secondo caso alcuni temi (razzismo, violenza sulle donne) erano molto, molto presenti.

Quando, ai tempi, leggevo William Gibson e i suoi comparuzzi cyberpunk, mi stupivo che quelle storie venissero definite fantascientifiche: quel che si narrava era il presente, trasfigurato, ma sempre presente. Come, del resto, in Matrix (che ha un bel po’ di debiti nei confronti del cyberpunk, oltre che di Ghost in the Shell).

Così, ho pensato fra me e me cosa potrebbe venirne fuori: il Demone delle Borse? Il ghoul delle banche? Almeno un Vampiro del mutuo variabile?

Ci penso.