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La narrazione della narrazione di un mondo

novembre 29, 2011

Qualche giorno fa ho dato notizia del Tolkien Seminar che si è svolto a Modena il 25 e 26 novembre, con la partecipazione di Verlyn Flieger. Wu Ming 4 fa ai lettori del blog un regalo: una sintesi dell’intervento di Flieger, con premessa. Mi sembra importantissimo per cercare di approfondire cosa sia e come venga interpretata l’opera di Tolkien. Ecco:

E’ necessario che io faccia una non breve premessa “storica”, senza la quale chi ha una conoscenza appena basilare dell’opera di Tolkien farebbe un po’ fatica a seguire il discorso. E’ questa:
In Italia sono stati pubblicati soltanto i primi due volumi della “History of Middle-Earth”, la quale è composta in tutto da undici volumi (+ uno di indici) pubblicati dal figlio di Tolkien nell’arco di tredici anni (1983-1996).
Christopher Tolkien decise di pubblicare tutto il materiale inedito, compiuto e incompiuto, di suo padre, perché si era reso conto di aver fatto un errore. Vale a dire che dopo la morte del padre, interpretando la sua volontà, Christopher cercò di redigere l’opera a cui Tolkien aveva lavorato tutta la vita senza riuscire a pubblicarla: “Il Silmarillion” (cioè la raccolta della mitologia e delle antiche leggende della Terra di Mezzo).
Si mise di buona lena a far quadrare i conti partendo dall’ultima versione a disposizione, risalente agli anni Trenta. Di fatto, quello che nel 1977 venne pubblicato postumo come “Il Silmarillion” è un’opera a quattro mani, redatta dal figlio sistematizzando i materiali del padre. Negli anni successivi Christopher si mise a studiare lo sterminato archivio paterno e si rese conto di avere commesso appunto uno sbaglio. Non solo il padre aveva continuato a rimuginare e a riscrivere brani del legendarium, ma era chiaro che su molti racconti non aveva ancora trovato un punto fermo, e aveva continuato a interrogarsi fino all’ultimo. Di conseguenza era impossibile sapere quale delle varie versioni di un racconto avrebbe scelto di inserire nel legendarium. Non solo: Christopher si rese anche conto che tutto quel materiale incompiuto costituiva una sorta di opera nell’opera, cioè il racconto dell’invenzione della Terra di Mezzo, con tanto di vicoli ciechi e piste scartate. Quindi prima pubblicò i “Racconti Incompiuti” (che tali rimangono), e poi iniziò a redigere la “History Of Middle-Earth” (in gergo tolkieniano: la HOME).
E’ chiaro che un’operazione editoriale del genere comporta enormi problemi di critica letteraria, dato che nessuno dei testi lì contenuti è stato definitivamente liquidato dall’autore per la pubblicazione. Occorre rassegnarsi al fatto che “Il Silmarillion” come poteva averlo immaginato Tolkien non lo leggeremo mai. Abbiamo da un lato una sorta di riduzione/redazione fatta dal figlio; dall’altra una raccolta critica (fatta sempre dal figlio) di tutto il materiale spurio. Diciamo quindi che quello che sarebbe stato “Il Silmarillion” di J.R.R.Tolkien si trova nel punto ideale tra questi due estremi, e a esso ci si può soltanto approssimare attraverso le ipotesi.
Fine della premessa (col fiatone, e chiedo scusa ma più stretto di così non riuscivo a stare…).

Le osservazioni di Verlyn Flieger si concentrano su tre aspetti dell’opera di Tolkien:

1) Per quasi tutte le storie che compongono la sua opera letteraria Tolkien utilizza l’espediente del racconto nel racconto e addirittura del libro nel libro (alla fine i libri che teniamo in mano hanno un corrispettivo nel mondo immaginato da Tolkien).
C’è quindi un predominare e un moltiplicarsi dei narratori insieme ai racconti. Si comincia con narratori elfici e si arriva a quelli umani e poi agli hobbit. Con il mutare dei narratori, muta il tono delle storie e in certi casi anche il loro contenuto. Comunque c’è un progressivo discendere da una dimensione del racconto mitico a quello epico-eroico, fino al romanzo, più prossimo al gusto moderno. Ogni narratore quindi ha un suo stile e punto di vista sulla medesima storia: la eredita e la riallinea con ciò che poi lui stesso va ad aggiungere. Questo significa che – come ogni apparato leggendario “reale” – l’epopea di Arda e della Terra di Mezzo non ha un narratore privilegiato, è il prodotto di una coralità che muta nel tempo. Ecco perché “nothing in the legendarium should be taken as absolute. All the stories are tied to point of view”.

2) Questo vale anche per i miti cosmogonici del mondo fantastico in questione. Quando Christopher Tolkien pubblicò il suo “Silmarillion” nel 1977 lo presentò come se fosse un testo a se stante, senza alcuna cornice. In quella veste appare come una sorta di Vecchio Testamento, che comincia con il nome del Creatore, etc. Fu una scelta deliberata: “nel lavoro più recente non c’era traccia o allusione ad alcun ‘espediente’ o a una ‘cornice’ nella quale l’opera avrebbe dovuto essere inserita. Secondo il mio parere, egli [Tolkien senior] decise infine che nulla di tutto ciò sarebbe stato necessario, e che si sarebbe limitato alla sola spiegazione di come (nel mondo immaginario) i fatti si fossero tramandati.” (Ch. Tolkien, Introduzione a “Racconti Ritrovati”).
Al netto della scelta fatta da Christopher, nulla ci dice che Tolkien la vedesse così. Se non altro perché le precedenti versioni della cosmogonia di Arda – poi raccolte nel primo volume della HOME – avevano invece una cornice, vale a dire erano anch’esse racconti nel racconto, narrati a un protagonista, quindi legati a un determinato contesto e a un determinato narratore. Non avevano cioè l’aspetto del Verbo rivelato, ma del mito tramandato, in una dimensione pseudo-storica. Nella concezione originaria erano dunque anch’essi relativi. Ai lettori cattolici che lo rintuzzavano per la scarsa aderenza del suo racconto con la teologia cristiana, Tolkien rispondeva: “Un racconto è in ultima analisi un racconto, un pezzo di letteratura, concepito per avere un effetto letterario, e non una storia reale”.

3) Lo stesso vale per le teorie sulla morte e sul destino post-mortem delle varie razze presenti nei suoi racconti. Esiste un intero filone di studi tolkieniani che si basa sulla compatibilità, complementarietà e coincidenza tra la cosmogonia, teologia e soteriologia di Arda e quella cristiano-cattolica. Eppure Tolkien aveva enunciato nelle sue lettere una regola aurea: mai introdurre riferimenti espliciti alla religione cristiana nella propria creazione letteraria. Questo ovviamente non esclude – come Tolkien stesso riconosce – che il simbolismo contenuto nella sua opera possa evocare elementi religiosi, ma è la citazione esplicita che va evitata, ovvero l’allegoria a chiave, la corrispondenza diretta tra figure del mondo secondario (fantastico) e quelle del mondo primario (reale). Per un motivo molto semplice: nel momento in cui l’allegoria è palese, il racconto parla di una cosa per parlare di un’altra, strizza l’occhio al lettore, rimanda immediatamente al nostro mondo, e così crea distacco dalla narrazione. In questo modo diventa ironico, quando non addirittura parodistico.
Non solo Tolkien prendeva troppo sul serio la propria fede religiosa per correre un rischio del genere – e lo dice esplicitamente -, ma soprattutto era consapevole che una scelta di quel tipo avrebbe fatto decadere il fascino del racconto. E’ la scelta che compì invece il suo amico C.S. Lewis, le cui opere narrative infatti non sono riuscite a essere così pregnanti e affascinanti come quelle di Tolkien (e hanno retto molto meno all’usura del tempo). Ecco perché “il mito e la fiaba devono, come tutte le forme artistiche, riflettere e contenere fusi insieme elementi di verità morale e religiosa (o di errore), ma non esplicitamente, non nella forma conosciuta del mondo ‘reale’ primario” (Lettera 131).

In conclusione, alla luce dell’osservazione della Flieger l’intero filone interpretativo confessionalista verrebbe a cadere, perché il mito di Arda sarebbe in divenire, cioè mito storico, mito per qualcuno (sia esso elfo, uomo, nano, hobbit… o perfino orco), quindi un mito relativo. Un mito che può certo contenere sfaccettature di verità, perché racconta qualcosa sulla condizione e sulla natura umana, ma non già di una verità rivelata o trascendente.
Quella di Tolkien sarebbe quindi la narrazione della narrazione di un mondo; la ricostruzione del percorso storico-narrativo che ha portato una mitologia a diventare letteratura.
Dice Flieger: “In quei dodici volumi [della HOME] possiamo vedere Tolkien non già mentre crea una mitologia per l’Inghilterra, ma mentre sperimenta una varietà di cornici, di voci narranti, e di congegni narrativi per compiere il passaggio dal racconto orale al libro stampato, per mostrare attraverso quali mediazioni e quali espedienti esso arriva nelle nostre mani”.
Va da sé, che anche la lettura tradizionalista, cioè quella di matrice destrorsa, ne esce a pezzi, giacché se le leggende vengono messe in una prospettiva storica e quindi mutano, anche la luce sotto la quale cadono certe figure archetipiche e simboliche muta con esse. La Storia ha il sopravvento sulla Tradizione. Ciò che trionfa è appunto il racconto stesso, che ti trascina dentro e si fa prendere sul serio, pur rimanendo sempre il racconto di qualcuno a qualcun altro. Non è affatto da escludere che proprio in questa relatività, in questa magmatica continua riscrizione, risieda parte del suo realismo.

Tolkien e il fandom

novembre 3, 2011

Il  fandom, soprattutto e forse esclusivamente quello tolkieniano, ha una storia: la ricostruisce Wu Ming 4 nel suo intervento a Lucca Comics, di cui viene postata una sintesi su Giap!.  Negli appunti si risponde a una domanda: perchè proprio Tolkien ha ispirato migliaia di narrazioni che agiscono su diversi formati – dalla fan fiction al videogioco e allo stesso film -, anche prima del rilancio cinematografico de Il signore degli anelli?
“Perché Tolkien trasformò in narrativa una parte relativamente limitata della storia del suo mondo immaginario”, dice Wu Ming 4. Ma non solo per questo: Tolkien ha attinto a un panorama narrativo e mitico senza paternità: amava e si è servito, cioé, di una “letteratura basata sulla co-autorialità, prodotta tramite passaggio del testimone nel corso del tempo e per ricombinazione da parte del singolo poeta. Lui stesso tendeva a considerarsi una sorta di collettore di leggende e poemi; pur inventando un mondo fantastico, aveva l’impressione di scoprire le storie che raccontava come se fossero state tramandate da un passato mitico-storico “.
Tolkien considerava la sua opera, cioè, come il tassello di una storia più antica e non ancora terminata. Lo scrive in una lettera del 1954: “Se vuoi la mia opinione, il fascino [del Signore degli Anelli] consiste in parte nell’intuizione dell’esistenza di altre leggende e di una storia più ampia, di cui quest’opera non contiene che un accenno”.  Un’opera dove,  dice in un’altra lettera,  non tutto viene mostrato, per lasciare consapevolmente spazio “per altre menti e altre mani “.
Ma questo, scrive Wu Ming 4, significa porsi in una posizione diversissima rispetto alla concezione letteraria novecentesca:
“Una volta decretato che il Novecento è il secolo della dissoluzione del romanzo; il secolo dei modernisti, di Eliot, Proust, Woolf, Kafka, Musil; il secolo in cui l’Ulisse di Joyce rimpiazza l’Ulisse di Omero; una volta stabilito che l’uomo contemporaneo è senza qualità e che i suoi valori sono incerti tanto quanto la conoscenza della verità; e soprattutto una volta acclarato che questo è il massimo grado raggiunto dalla civilizzazione letteraria; ebbene, non è più possibile accettare che un narratore dica qualcos’altro. Se lo fa bisogna compatirlo, tacciarlo di ingenuità e fideismo, tutt’al più relegarlo nella categoria ad hoc dei curiosi fenomeni paraletterari. Questo, a mio avviso, è il motivo principale per cui nonostante la sua persistenza e l’innegabile influenza sulla cultura letteraria contemporanea, la critica e le istituzioni letterarie si rifiutano di considerare Tolkien un classico del Novecento. Accettare Tolkien significherebbe accettare l’eresia di uno che è andato controcorrente rispetto alla tendenza del proprio tempo e ha dimostrato con successo che si poteva fare”.

La mia sensazione è che l’equivoco sul fantastico che pesa ancora oggi su chi ne scrive (e chi ne legge) nasca esattamente da qui. L’equivalenza con il “monnezzone” su cui  ancora si ostina la maggior parte della critica e, per essere chiari, la maggior parte del mondo letterario italiano, viene dal non aver riconosciuto quella concezione di narrativa. Possiamo anche dire che non ci interessa, che dei critici facciamo a meno, che la letteratura – in assoluto –  non ci riguarda: ma non è così inutile prenderne atto. Anzi.

 

Quella cosa che chiamiamo letteratura

luglio 26, 2011

Non è strano, non vi fa pensare? Tutti chiedono agli scrittori. Non c’è giallista scandinavo che non sia stato evocato, inseguito, intervistato affinché spiegasse il motivo di quel che è avvenuto a Utoya. In un servizio del Tg3 di questi giorni, ho ascoltato il commento rassegnato del giornalista: “bisogna far parlare i romanzi”.
Tutti citano Stieg Larsson (è il più famoso, del resto), qualcuno si è spinto a evocare Lidqvist e i suoi vampiri bambini. Per spiegare cosa? Che l’orrore esiste.
Ma gli scrittori lo hanno sempre detto: se tali erano, se quel che interessava loro non era semplicemente la parola tornita e la trama accattivante, avevano guardato in fondo alla tenebra. Ricordate Conrad?

” Dal momento che ho sbirciato anch’io oltre la soglia, capisco meglio il significato del suo sguardo fisso, che non poteva vedere la fiamma della candela, ma era abbastanza vasto da abbracciare l’universo intero, abbastanza acuto per penetrare in tutti i cuori che battono nella tenebra. Aveva tirato le somme e aveva giudicato. “Che orrore!”.

So bene che qualcuno scuoterà il capo e ripeterà che la narrativa non ha missioni che non si esauriscano in se stessa, e che l’unico scopo che può darsi è quello di offrire a chi legge il tempo dello svago. Penso che sia giusto, certo. Ma penso anche che ritenere di non essere immersi nel proprio tempo, e di raccontare storie che del tempo non risentano, sia un’illusione.
Come scrive Wu Ming 4 nel suo bellissimo commento al post di ieri:
“è nostro compito usare tutto il coraggio, la forza e l’intelligenza di cui possiamo disporre.
E questo vale tanto più per chi con la circolazione di parole scritte ci vive. Responsabilità degli scrittori. Vero, cara Lara. O più semplicemente “etica”. Ciò che il più prossimo discendente letterario di Gandalf, vale a dire Albus Silente, definirebbe la capacità di scegliere tra la via facile e quella giusta. Quest’ultima è quella che non bisognerebbe mai stancarsi di cercare, suppongo. Perché quando ti stufi e preferisci pensare che sia meglio annihilire l’altro, farla finita con un bel gesto catartico e risolutivo, come tirare l’atomica su Hiroshima, bombardare Dresda, fare un pogrom, fare affondare la gente in mezzo al mare, farla saltare in aria o sparare ad altezza d’uomo in mezzo alla folla, allora stai già lavorando per Sauron (o per il suo giovane adepto Voldemort, che dir si voglia).
Se poi qualcuno crede che scrivere di (ultimi) elfi e di (ultimi) orchi non sia scrivere di tutto questo, evocare i fantasmi e i mostri che agitano il nostro come qualunque tempo, be’, temo che costui/ei abbia un grosso problema con quella cosa che chiamiamo letteratura.”

Dopo le trincee

settembre 22, 2010

Adoro Antonia Byatt, che è scrittrice molto complessa, molto ambiziosa ma non elitaria. E adoro quello che dichiara a Repubblica questa mattina a proposito della letteratura per ragazzi che si è sviluppata nell’Inghilterra post vittoriana, al centro del  suo ultimo romanzo, Il libro dei bambini: “una delle forme più alte di letteratura”, la definisce.
E dice un’altra cosa, che mi tocca anche per motivi personali di scrittrice (parte di Sopdet è ambientata nella Prima Guerra Mondiale) e lettrice (Wu Ming 4 ha descritto molto bene quale sia stata l’influenza della medesima in Tolkien):

“La generazione che aveva scelto di essere bambina e libera è stata massacrata. E sa, a riprova di questo, che cosa ho scoperto e ho messo nel libro? Che i ragazzi inglesi, in mezzo a quel massacro, chiamavano le trincee con il nome dei personaggi o dei luoghi delle fiabe: la trincea di Peter Pan, il Boschetto di Uncino, la Casetta di Wendy”.

Ho sempre pensato che quella guerra abbia segnato in modo profondissimo il mondo occidentale. Ne ha cambiato i sogni, ne ha delimitato i confini. E, forse, ha fatto sì che gli scrittori fantastici si mettessero in cammino in modo più compatto di quanto era avvenuto in precedenza. Forse.

Wu Ming 4 su Esbat, e molto altro

luglio 24, 2010

Era nei commenti, ma mi permetto di farne un post. Soprattutto perchè quanto scrive Wu Ming 4 non riguarda solo Esbat ma apre il discorso a una miriade di possibili riflessioni. Un grazie è poco. Davvero poco. Ma non posso non dirlo. GRAZIE.

“La prima cosa che mi è venuta in mente quando ho finito di leggere Esbat è che si tratta di una profonda riflessione narrativa sulla narrazione stessa.
Poi mi è venuto in mente Arthur Conan Doyle e il primo caso conosciuto in cui un personaggio letterario ha messo in discussione l’autorità del proprio autore.
Sherlock Holmes iniziò abbastanza presto a vivere di vita propria. Come si sa, il 221B di Baker Street non esisteva alla fine del XIX secolo. Ciononostante parecchia gente iniziò a scrivere a quell’indirizzo lettere che chiedevano l’ingaggio del celebre investigatore privato per risolvere casi reali. Oggi il numero civico esiste davvero, dal momento che ci hanno costruito una casa museo piuttosto trash, e la fermata della metropolitana di Baker Street è piastrellata con il profilo inconfondibile di Holmes.
Anche Conan Doyle, come la Sensei di Esbat, a un certo punto decise di fare finire in gloria il proprio personaggio, ovvero di farlo precipitare giù da una cascata nell’abbraccio mortale con il suo acerrimo nemico, il professor James Moriarty. Anche lui non immaginava che ne sarebbe seguita una rivolta dei fan. Il giornale su cui venivano pubblicate le avventure di Holmes, lo “Strand Magazine”, venne sommerso di lettere di protesta. Tanto scrissero e tanto fecero che Conan Doyle fu costretto a far resuscitare il proprio eroe e a motivarne l’assenza triennale con un espediente improbabile. Conan Doyle immaginò che Holmes, salvatosi dall’affogamento, avesse intrapreso un viaggio verso Oriente (fino in Tibet!) e fosse poi tornato in Inghilterra per condurre vita ritirata. Quando poi, ormai in là con gli anni, scrisse le ultime avventure di Holmes (questa volta davvero), decise di collocarlo in un buen retiro nel sud dell’Inghilterra, ad allevare api.
Ecco, il primo tema che Esbat affronta e sviscera (letteralmente, in certi casi…) è la relazione tra autore e personaggio. Un personaggio seriale può diventare un’ossessione per il proprio autore, una specie di condanna, senz’altro il fulcro di una relazione di amore e odio. Solo che spesso non si tratta di una relazione a due, bensì multipla, perché coinvolge anche i fan.
Il secondo tema del romanzo infatti è senz’altro il fandom. Al centro di questo rapporto complesso c’è la passione, che a volte può trasformarsi in ossessione insana, altre volte può servire a fare delle cose utili per la propria vita. Ci sono due personaggi speculari nel romanzo: il webmaster Sasaki, autorecluso nel mondo virtuale della rete, e l’adolescente in crisi d’identità Ivy. Uno soccombe alla propria ossessione, compiendo la vendetta contro il tradimento della comunità da parte dell’autrice e realizzando così il contrappasso dovuto; l’altra reagisce alla cattiveria del mondo circostante proprio attraverso la messa in discussione dell’autorità autoriale e rivendicandone una parte per sé, cioè proseguendo la storia con altri mezzi. Dio (anzi la Dea) salvi la fan fiction che salva gli autori da se stessi.
Divagazione. Ieri sera ho visto la puntata di CSI in cui la scientifica di Las Vegas indagava sul fandom di Star Trek (trasformato in “Astro Quest” per ovvie ragioni di copyright). Il caso verteva sull’omicidio di un giovane regista indipendente che aveva provato a resuscitare la serie aggiornandola alla sensibilità contemporanea. I fan si ribellavano all’inserimento nella serie di scene ultra-violente ed eroi piagnucolosi. Indagando sul caso, due poliziotti della squadra, entrambi fan di Astro Quest, proprio grazie al medium della passione comune riuscivano a portare alla luce l’attrazione reciproca rimasta latente per anni. Fine della divagazione (che però avrà una ripresa alla fine).
Il rapporto tra vita reale e fiction ricalca quello tra storia umana e mito (racconto), antico quanto il mondo. Esbat ce lo racconta agganciando il tema al dipanarsi serrato della trama. Ed è qui che entra in campo la Dea, evocata a più riprese, ma mai presente, ancorché incarnata dai personaggi femminili che dominano il racconto. Al centro della trama c’è la lotta/accoppiamento del demone maschile Hyoutsuki, bello e terribile come Apollo, con la Signora della Storia, l’Autrice, la Sensei, che finirà per assumere il terzo volto della Dea, quello mortifero e sanguinario.
Da “gravesiano” non posso non apprezzare la scelta di mettere in scena non già l’idealizzata Gilania (pure evocata da alcuni personaggi), ma la crudezza inesorabile del divino femminile, portatore di vita e di morte, cioè custode della ciclicità e del divenire, che poco o nulla ha a che fare con il mito di un fantomatico egualitarismo femmineo delle origini. La forza di Esbat è quella di far incontrare questo femminile arcaico con le dinamiche contemporanee che coinvolgono le donne di ogni età: in menopausa e non, nostalgiche dell’amplesso o spaventate dal primo rapporto sessuale, senza sangue lunare e imenaico o alle prese con lo stesso (l’intera narrazione, infatti, è scandita dai cicli lunari/mestruali). La Dea quindi c’è ma non si vede, perché agisce attraverso i personaggi stessi. Belli, tra l’altro, nient’affatto scontati (eccetto forse uno, non irrealistico ma senz’altro un po’ stereotipato: la madre di Ivy, “puttanesca” e in guerra contro il tempo).
Proprio il sangue – l’elemento chiave di Esbat, insieme alla luce della Luna che continua a rifrangersi sui capelli candidi del demone – mi riporta all’episodio di C.S.I. visto ieri sera. Alla fine si scopre che le cause dell’omicidio non andavano cercate nella delusione e nella sete di vendetta dei fan di Astro Quest, ma nell’avidità, cioè nelle dinamiche di profitto (e di copyright) capitalistiche. Qualcosa su cui meditare, credo. Così come dà da pensare il dialogo tra i due agenti della scientifica a proposito del “genere”. A un certo punto uno dei due sostiene che “Francis il mulo parlante” è una serie di fantascienza, perché si svolge in un piano temporale parallelo in cui gli equini hanno sviluppato una laringe e un cervello in grado di farli ragionare e parlare. Il collega ribatte che al massimo si potrebbe definire un serial “fantastico”. Non necessariamente, replica l’altro: Asimov aveva ipotizzato un futuro in cui altre specie animali avrebbero potuto sviluppare le stesse abilità umane in forme diverse. Quindi “Francis” può rientrare nel genere ucronico-fantascientifico.
Ecco, forse Esbat potrebbe essere definito un romanzo fantastico, cioè un romanzo di attraversamento tra due mondi, due piani di realtà. Ma è poi così importante scegliere come etichettarlo? Ed è poi così “irrealistico” che l’altro mondo, quello delle narrazioni, viva un tempo proprio, parallelo e saltuariamente intersecato al nostro? Andatelo a dire alla buon’anima di Sir Arthur Conan Doyle (che – per inciso – trascorse gli ultimi anni della propria vita occupandosi di spiritismo, cioè di comunicazioni intra-mondi…). Dov’è stato Holmes in quei tre anni durante i quali il suo autore lo ha perso di vista? Cos’ha fatto il celebre detective dopo che il suo autore lo ha pensionato?
Per saperlo basta rivolgersi alla fan fiction e leggere due romanzi: il geniale “Il Mandala di Sherlock Holmes” di Jamyang Norbu (Instar Libri, 2002) e il meno bello, ma altrettanto interessante per la collisione creativa tra il misogino Holmes e una protagonista femminile, “L’allieva e l’apicultore” di Laurie K. King (Neri Pozza, 2006).
Be’, tutto questo divagare per dire: complimenti Lara”.

C’era una volta: una modesta questione

Maggio 21, 2010

Once upon a time.
La questione della lingua era faccenda che coinvolgeva tutti gli scrittori. Diciamo dai tempi di Dante ad oggi. Ma forse anche prima.
Once upon a time.
Non posso mica raccontarvela tutta. Diciamo che, nel secolo scorso, c’erano quelli del Gruppo 63 che dicevano: no trama, no personaggi (no future, mi verrebbe da aggiungere). Solo lingua. Un certo tipo di lingua. Che poi se la cantassero e suonassero fra loro, almeno molto spesso, era un fatto. Che poi nel gruppo 63 ci fosse anche Umberto Eco, che scrisse Il nome della rosa (e partì, molto probabilmente, dalla lingua), è un  altro fatto ancora.
Once upon a time.
C’è una frase di Tolkien che giustamente Wu Ming 4 pone in rilievo nei commenti (al post di ieri). E la frase è questa.

“Per me il Signore degli Anelli è essenzialmente un saggio di estetica linguistica”.

Torniamo a noi. Al fantastico di casa nostra, assai attento a mappe, razze, cornici, trame. Giustamente. Cosa manca? Cosa “ci” manca? Forse proprio quel punto di partenza: in quale lingua racconto? Quale voce parlerà nella mia storia?
Per me, vale la pena di pensarci.

Un altro Wu Ming, e Tolkien

Maggio 20, 2010

E a proposito di Wu Ming…il numero 4 rilascia un’intervista a Repubblica che trovate qui.  L’ultima risposta va proprio riportata.

“Il fantasy ha un problema edipico – dice Wu Ming 4 – Gli autori contemporanei imitano Tolkien in modo pedissequo o cercano di negarlo radicalmente. E’ una questione che i narratori dovranno affrontare e risolvere. Meno interessante è continuare a dibattere su generi e sottogeneri: la letteratura andrebbe letta e valutata per quel che è, senza preoccuparsi della casella in cui collocarla. Si rischia di fare, altrimenti, la stessa operazione che Tolkien contestava ai critici di Beowulf, tesi a vivisezionare il testo dimenticandone la poesia. Invece di tastare il polso al genere, occorrerebbe discutere di più di qualità delle opere. Questo, penso, avrebbe fatto Tolkien”.

Lista semiseria e un consiglio serio

gennaio 27, 2010

Trucchi per non mettersi a scrivere e provare il minimo sindacale dei sensi di colpa:

– Ho finito le sigarette e devo assolutamente scendere dal tabaccaio o non mi concentro

– Passo il prossimo livello del gioco (uno a caso, da Pet Society a un gdr on line) e giuro che poi non mi distraggo più

– Mi serve quella citazione, proprio quella, che sta esattamente in quel libro, il quale è sullo scaffale vicino a…uh? E questo? Come mai non l’ho letto?

– Ho sete e vado in cucina a bere un bicchiere d’acqua. E se mi preparassi una frittatina? A stomaco pieno si scrive meglio.

– Mi serve un’altra citazione ma stavolta consulto Wikipedia. Già che ci siamo, dò un’occhiata al blog. Una sola.

– Stacco il telefono per concentrarmi davvero. Prima però controllo gli sms. Ma guarda. Mi ha scritto. Che carina. Ora la chiamo.

– No, non vado al cinema. Non posso. Sto scrivendo. E poi, volendo, mi guardo il fim su Megavideo. A proposito, ci sarà già su Megavideo?

La lista è proseguibile a piacimento. D’altra parte, come scrive Wu Ming 4 in questo bellissimo saggio, “l’opera dei lettori prosegue quella dell’autore”.
(il saggio è su Tolkien ed è veramente bellissimo)

Unità di luogo

luglio 11, 2008

Sono una lavativa. Invece di mettermi seriamente a scrivere e riscrivere continuo a passeggiare per boschetti, lavarmi i capelli, leggere horror e pensare che se venissi tagliata fuori dal mondo finirei malissimo come il protagonista di Into the wild, perchè neanche io so riconoscere le piante, figurarsi sparare agli alci.

Adesso che ho smesso di guardare in cagnesco il computer e l’ho aperto, sempre glorificando la mia nuova connessione veloce, ho trovato una mail del mio amico Roberto (non Yoda, ho ben DUE amici Roberti) che mi ha mandato in crisi.

Mi fa: leggerò sicuramente Esbat, ma che bello. E poi: ma tu sei senz’altro stata in Giappone per descriverlo.

Panico.

Ho pensato a Salgari che non si era mai mosso da casa sua. Poi ho pensato a Wu Ming 4 che ha raccontato di essere stato a Oxford, prima di scrivere Stella del mattino. Mi sono detta: il mio Giappone è un luogo dell’immaginario. E subito dopo: ma a chi vuoi darla a bere?

D’accordo, studio. I soldi per andare a Tokio non ce li ho: passerò i prossimi giorni su You Tube, tanto per cominciare a farmi un’idea visiva che vada al di là di quella cinematografica…

La testa di un personaggio

giugno 6, 2008

Dentro o fuori?

In questi giorni ho iniziato a leggere Stella del mattino di Wu Ming 4. Penso che potrebbe piacere a molti perchè mette in scena, diciamo così, Lawrence d’Arabia, Robert Graves, C.S.Lewis e…Tolkien in persona, pre-anelli. Molto, molto stimolante.
Razzolando in giro, ho trovato una dichiarazione di Wu Ming 4 che mi ha fatto pensare:

“Fin dall’inizio ho deciso di scrivere un romanzo in cui la maggior parte degli eventi si sarebbe svolta dentro la testa dei personaggi. Innanzi tutto perché i protagonisti sono uomini che hanno subito il trauma della guerra e della perdita e stanno cercando di elaborarlo. Scegliendo quei personaggi storici in quel particolare momento delle loro vite non poteva che essere così. Gli stessi flash-back di Lawrence in Arabia si presentano come degli squarci onirici, momenti proiettati sullo sfondo, che raccontano la sua impresa per tappe simboliche. Allo stesso tempo volevo riuscire a mettere ognuno dei protagonisti davanti a scelte esistenziali importanti e appassionanti, che in un modo o nell’altro avessero a che fare con la scrittura, con la narrazione. Quindi credo che Stella del mattino non sia tanto un romanzo epico in senso stretto, quanto piuttosto un romanzo sull’epica, che racconta quanto l’epica c’entri con la nostra vita”.

Dentro la testa dei personaggi. Sto riflettendo su questa frase. Come si fa a conciliare le due cose, il dentro e il fuori? Il racconto e la narrazione psicologica?

Intanto ci penso da lettrice, poi, quando rimetto le mani sulla tastiera, vediamo cosa succede.