Posts Tagged ‘Zeferina’

That’s ammore?

luglio 27, 2009

Ho quasi finito Zeferina e prometto che ne parlerò. Intanto, però, mi interrogo sulla definizione di Med-Fantasy che ne è stata data. E ho qualche dubbio, forse perchè intendo in un altro modo la definizione: il termine “mediterraneo” mi fa venire in mente altro. Sole. Dei capricciosi e potenti e arcaici. Passioni brucianti. Riti. Acqua.

Zeferina si svolge nel buio di boschi e di caverne. Nella notte e nella neve. Vi confluiscono creature di ogni mitologia, del Nord e del Sud, intendo, eppure continuo a non essere convinta dell’aggettivo. Anche se, all’epoca, la spiegazione fu questa: mediterraneo e non italiano “perché non esiste “una” Italia, ma sussistono “le” Italie, soprattutto se analizziamo il nostro retaggio culturale. Noi siamo plurali e siamo belli così, scusate l’immodestia” (Francesco Muspeling Coppola su Fantasy Magazine).

Chiaro, la mia è solo una sensazione a pelle e non suffragata da analisi storiche e letterarie. O forse è che, come al solito, non mi piacciono le etichette.

A summer day’s dream

luglio 24, 2009

Quando sto male, cammino. Anche quando ci sono quasi quaranta gradi, come in questi giorni. Cammino e mi storco le caviglie per cercare un cerchio d’ombra, cammino e mi fermo a guardare vetrine con magliette color fucsia, e scarpe argentate, e costumi da bambina rosso ciliegia. Cammino e osservo, ascolto, rubo. Non penso quasi mai. Camminando nascono storie, o abbozzi delle medesime, o soltanto frammenti che  forse finiranno altrove, forse resteranno nel taccuino, o addirittura nella mia testa.

Quando sto male, mi compro qualcosa. Qualcosa da pochi centesimi, come un gelato. O da svariate decine di  euro, come lunedì, quando ho saccheggiato la libreria, trovando finalmente, fra gli altri, due libri che cercavo: Zeferina e Sanctuary. O da quindici, come questo vestito nero che ho addosso. Un vestito largo, di cotone, che fa passare l’aria e permette di sopportare il sudore. Un vestito senza ricami, senza disegni, solo una piccola balza in fondo.

Ma questo era l’altro ieri, anzi, tre giorni fa. Nel frattempo ho letto tutto Sanctuary, e sto pensandoci su. Mi è piaciuto? Sì, ma su  un’antologia è difficile dare un giudizio netto. Qualche racconto è molto bello, qualche altro molto meno, come è normale che sia. Quel che mi ha colpito è un’altra cosa. Il fatto che così tanti racconti ponessero la narrazione al centro della storia. Narrare ci salva. Forse. Questo è il tema, credo  (o forse, forse, in alcuni casi non era tema, ma messaggio).

E allora mi sono chiesta e mi chiedo: ma se poniamo il raccontare storie al centro della storia stessa, non rischiamo di far sentire troppo la voce di chi racconta? Perchè quando diciamo ” ecco, è una storia”, la mandiamo in frantumi. O ci andiamo vicini.

Come quando ho comprato il vestito nero: è una storia anche questa.
Era un negozietto di periferia, molto piccolo, e  la padrona sembrava messicana, o sudamericana. Era bellissima: capelli neri, occhi neri, rossetto scarlatto. “Prova vestito nero”, mi ha detto. “Hai camicetta e gonna. Troppa roba: devi essere un fuoco”.

Fuoco.
Le basta dirlo. E sulla punta delle dita bianche che mi porgono il vestito, una scintilla appare e saltella e sale, e molte altre fiammelle danzano all’improvviso sulle teste delle persone presenti. La ragazza bionda che al terzo paio di jeans provati sospira che deve mettersi a dieta. La signora sudata che ha in mano un paio di sandali col tacco. Fuoco. FUOCO!

Ma naturalmente no. Naturalmente ci sono i miei vestiti che finiscono in una busta e l’abito nero che mi resta addosso. E il sorriso della donna messicana (forse) che prende una collana di plastica trasparente che simula il cristallo, fatta di  tante piccole sfere e con un ciondolo a forma di foglia, e me la fa passare sopra la testa. “Questa te la regalo io”, dice.

E ci sarà un momento in cui quel ciondolo si illuminerà. E io lo guarderò. E.

Ecco. La storia cessa di essere tale, ora che l’ho raccontata così.

Credo.