L’anno della rabbia

Nel settembre del 2008 uno dei giganti della finanza, la banca Lehman Brothers, annuncia il proprio fallimento: una catastrofe per l’economia mondiale. Da quel momento, la parola crisi viene pronunciata quasi quotidianamente, e in ogni parte del pianeta.
Qualcuno ne fa un’opera d’arte, come un regista italiano, Stefano Massini, che decide di trarne una trilogia teatrale. Altri hanno la reazione più ovvia: protestano, e protestano ovunque. Spulciando fra gli archivi, trovo la notizia di quei seicento risparmiatori di Singapore che si danno appuntamento a  Speakers’ corner, l’ unica piazza della città in cui è permesso riunirsi senza l’ autorizzazione governativa.  Trovo anche altro. Per esempio, la storia di una signora romana di 74 anni che decide di mettere all’asta se stessa, a piazza Verdi,  per recuperare i risparmi persi nel crollo delle borse. 14000 euro, per essere precisi.
Una crisi è fatta anche di questo: dolore, incertezza, paura, rabbia. Rabbia che non sfocia, però. Rabbia che serpeggiava da mesi, come un presagio, per le strade, negli autobus, nei negozi. Rabbia. Nei primi mesi di quel 2008 ricordo di averla respirata ogni giorno. I risparmiatori annientati dal crac Parmalat e quelli che, di lì a qualche mese, avrebbero ricevuto un colpo ulteriore dalla bancarotta di Lehmans Brothers, erano intrappolati nell’incertezza. Di colpo (anche se nulla avviene di colpo, naturalmente) ogni fiducia nel futuro sembrava venir meno.
La reazione? Quasi nulla. Solo il montare di un’onda densa come miele nero.
Un’onda che si infrange sulla riva, e che non lascia tracce, però.

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6 Risposte to “L’anno della rabbia”

  1. Il solito Filippo Says:

    Se non si trattasse di un evento con connotazioni ecumenicamente negative verrebbe da mettersi con sdraio, popcorn e coca a godersi l’evento. Dimentico sempre l’etimologia di crisi…

  2. Paolo E. Says:

    La vera rabbia sta nel fatto che proprio coloro che sono i principali responsabili della crisi (le banche) sono gli stessi che le istituzioni hanno dovuto salvare ad ogni costo per non far collassare il sistema.

    Ed i risparmiatori, che sono le viittime, sono stati abbandonati a se stessi.

  3. G.L. Says:

    Paolo: “Dovuto”? Sicuro che quel “dovuto” non facesse parte del plot?

  4. Lara Manni Says:

    E’ un plot decisamente inquietante. Se pensate che dieci anni fa, giusto dieci anni fa, sparavano addosso a quelli che sostenevano che stavamo andando verso il baratro. Economicamente parlando. E non solo. Ma la questione della rabbia, tutt’altro che smaltita, è quella che mi interessa. Perché è epidemica. In Tanit parlo di un’epidemia. Comincia con lo smarrimento, l’incertezza, la voglia di chiudersi in casa, la diffidenza. Poi, diventa odio. E poi?

  5. Paolo E. Says:

    Non sono sicuro di niente, ma se è deliberato, di sicuro la cosa gli è sfuggita di mano. Mi viene difficile da pensare che spingere la situazione fino a rischiare la bancarotta di intere nazioni sia stata una cosa voluta.

  6. G.L. Says:

    A me non sembra che sia sfuggito di mano. Mi pare che gli stia riuscendo alla grande. Nessuno ricorda l’Argentina? far scoppiare bolle economiche è molto più lucroso che gonfiarle.

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