Lettera aperta sul copia-incolla

febbraio 9, 2010 di Lara Manni

Gentile  signor Valerio Magrelli,
immagino che mi perdonerà l’impertinenza, perchè i poeti sono persone indulgenti. Però ci sono alcune cose che, dopo la lettura del suo articolo (un bell’articolo) su Repubblica di oggi, vorrei dirle: perchè mi sembra che lei abbia fatto un po’ di confusione fra chi copia e chi si ispira. In poche parole, tra plagio e fan fiction.

Eppure l’inizio del suo articolo era davvero folgorante: mi è piaciuta moltissimo, per esempio, la citazione da “L’autore e i suoi doppi” di Abdelfattah Kilito: «Quando si legge un libro, bisogna ricordare, oltre alla storia, anche il nome dell’autore? In fondo, una storia assomiglia a una storia, come l’acqua all’acqua: qualunque sia il rubinetto che si apre, è sempre lo stesso liquido che scorre».

E’ vero,  e in parte risponde anche alla domanda fatta ieri da Eleas su Eudeamon: questa storia non somiglia ad altre? Certo. E” sempre lo stesso liquido che scorre, ma sono altri i modi con cui ci si accosta a quel rubinetto, diversa la sete, diversa, in fondo ,anche l’acqua. A Roma l’acqua è dura, lascia un gusto minerale sulla lingua. Nei paesi di montagna a me l’acqua sembra essere meno liquida, anche se è buffo dirlo: come se fosse più vicina a polverizzarsi mentre la bevi. Diverse le seti, appunto.

Ma il fatto che le storie possano essere simili, ma trattate in modo diverso, non ha nulla a che vedere col plagio. Plagio è quello della ragazza tedesca che lei cita. Una diciassettenne che ha copiato e incollato nel suo vendutissimo romanzo pezzi di un altro romanzo, a sua volta pubblicato da un blogger. Poco conta che la ragazza dica: nel web lo fanno tutti, o qualcosa del genere. Poco conta che da questa frase i giornalisti prendano spunto, come fa Roberto Cotroneo sull’Unità, e sostengano che questo è un metodo usato nel web 2.0.
Non è vero.
Le chiedo, vi chiedo: quanto conoscete del web 2.0? Sapete che, nei siti di fan fiction, il plagio è punito con il ban perenne? Sapete che i plagiatori (che, certo, ci sono) vengono scovati praticamente sempre? Sapete che esiste una tutela in rete del lavoro dello scrittore, sia pur amatoriale? Sapete che esistono le Creative Commons?
La rete di chi scrive non è affatto indulgente con chi plagia: e se qualcuno ha creduto alla signorina tedesca, be’, ha fatto male. Perchè la sua dichiarazione è stata semplicemente furba, e concepita appositamente per coloro che non conoscono Internet: “Credo che il mio comportamento e il modo di lavorare sia stato del tutto legittimo; non mi faccio rimproveri, ciò può dipendere anche dall’ambiente dal quale provengo e nel quale si cerca l’ispirazione un po’ dappertutto”. Palle.

Per questo non capisco perchè  lei ha accostato questa storia al fandom, o, come lo ha definito citando Julia Kristeva, alla  “intertestualità”.  Lei scrive:

“Se in musica le cover band si sfidano nei cover festival, se al cinema appassionano i remake, perché ostinarsi a pretendere nei libri l’originalità a tutti i costi?”

E poi scrive ancora:

” Un gruppo di hacker californiani, per esempio, ha manipolato al computer diverse puntate di Star Trek, aggiungendo al racconto “ufficiale” alcune scene pornografiche. Commenta Zizek: «Perché non dovremmo iniziare a produrre riscritture di capolavori classici ai quali aggiungere, senza cambiare il contenuto esplicito, dettagliate descrizioni riguardanti attività sessuali, sotterranee relazioni di potere, e così via, o semplicemente perché non dovremmo ri-raccontare la storia da un’altra prospettiva, come ha fatto Tom Stoppard nella sua riscrittura dell’ Amleto dal punto di vista di due personaggi marginali ( Rosenkrantz e Guidenstern sono morti )? [...] Non sarebbe illuminante anche riscrivere dei classici testi d’amore dal punto di vista femminista?». Forse aveva ragione Paul Valéry, nel dire che l’autore, nei confronti del testo, non ha più diritti di un lettore qualunque. Certo, però, non aveva mai pensato che quel lettore, un giorno, avrebbe impugnato la penna per proseguire l’opera a modo suo.”

Slavoj Zizek sta parlando, nè più nè meno,  di chi interviene su una storia originale facendola propria e, infine, modificandola inevitabilmente. Che è quello che molti hanno fatto, che molti di noi continuano a fare.

Ma questo, mi creda, con il copia e incolla non ha nulla, nulla a che vedere. Non accomunateci ai disonesti, la prego: e la prego anche di credere che non solo di disonesti è fatto il web.

Sempre sua

Lara

Eudeamon!

febbraio 8, 2010 di Lara Manni

Non ringrazierò mai abbastanza Valentina per avermi consigliato di leggere Eudeamon.
In questi due giorni l’ho divorato e adesso sono sazia e persino ottimista. Sì, ottimista. Perchè questo romanzo dimostra che c’è chi scrive buon genere – almeno, il genere che io amo – e c’è anche chi lo pubblica.
Eudeamon può essere definito fantascienza. A mio parere, è molto di più: perchè dentro c’è filosofia, erotismo, critica sociale…e anche quell’inner space di cui parlavo qualche giorno fa.
Eudeamon è la storia una donna, una giornalista, che vuole indagare su una tecnica di punizione che viene praticata in una particolare città che ha particolarmente in odio il crimine. Si chiama “banishment”, e significa che nel cervello del reo viene inserito un software, il Custodian, e che il corpo viene rivestito da una tuta nera di lattice. Un “Bane” – così si chiama il prigioniero da quel momento – non può respirare e vedere se non attraverso il filtro del Custodian: la sua testa viene imprigionata in un casco privo di aperture, e sarà il software a filtrare la sua visione del mondo esterno. Inoltre, non può mangiare, lavarsi, evacuare: tutto avviene attraverso la tuta in particolari zone di manutenzione. Inoltre ancora, non può avere contatti con nessuno: nè con i cittadini normali, nè con gli altri Banes, perchè altrimenti il Custodian fa scattare un allarme sonoro intollerabile che risuona nel cervello del Bane, cui si aggiunge un dolore fisico “non reale” ma percepito come tremendo.
Fino a metà romanzo, si resta inchiodati a chiedersi cosa accadrà alla disgraziata Katrina che si è andata volontariamente a cacciare nella tuta nera per scrivere la sua inchiesta.
Accade qualcosa di imprevedibile: una nascita. Dal Custodian, si stacca e prende vita autonoma un’entità che è il “daimon” del prigioniero. Un’entità che ragiona e soprattutto sente come una creatura viva. Prova paura, dolore, speranza.  E  ama incondizionamente, senza giudizio, il Bane in cui vede la luce. E’ un amore ricambiato e totale, assoluto, impossibile da realizzarsi per gli esseri umani del mondo “normale”. Per Katrina, il suo Daimon, che prende il nome di Inverno, creerà mondi meravigliosi che sembrano veri, le darà profumi, sapori, sesso.
Mi fermo qui, ma sono incantata. L’autrice si chiama Erika Moak, è americana e il suo primo editore è italiano, zero91.
Dico solo che sono queste storie a farci bene, a rendere possibili strade che sembrano ostruite da tonnellate di banalità. Evviva.

I’m so tired

febbraio 5, 2010 di Lara Manni

Non voglio diventare così.
Non voglio aprire una pagina fan di me stessa e invitare tutti quelli che conosco e che non conosco, tutti i giorni, a iscriversi.
Non voglio inondare tutti i gruppi di discussione di tutti i social network, forum, siti specializzati, con notizie su cosa faccio, cosa scrivo e cosa scriverò.
Non voglio mendicare attenzioni, recensioni, simpatia, empatia, per potermi sentire – oh! – una scrittrice.
Non voglio sorridere se non ne ho voglia. Non voglio dire le cose giuste al momento giusto, non voglio misurare me stessa su un’immagine che deve corrispondere a un modello.
Scrivere non significa fare relazioni pubbliche. Scrivere non è una comparsata televisiva. Non è nè meglio nè peggio, non è uno stato di grazia, non è un passaporto per il regno dei cieli nè per l’immortalità, nè per il club dei poeti estinti.
E’ scrivere, e basta.
E io voglio soltanto raccontare. E basta.

Non vissi dove stetti,
non vivo dove sto.
Sogno come chi vive
nella locanda del declivio
fra me e me, fra chi vuol essere quel che sia, sono

Minosse, a noi due

febbraio 4, 2010 di Lara Manni

Ho trovato una recensione.

Riguarda un videogioco, Dante’s Inferno, che è già strafamoso perchè è tratto dalla Divina Commedia. Quella vera.  Nel gioco, Dante non è un poeta ma è un crociato. La sua missione: riportare in vita (dall’Inferno medesimo) l’amata Beatrice. In sostanza, una fan fiction: cambia il supporto, ma non cambia l’atteggiamento. Riscrivo, cambio, omaggio.

La cosa divertente è che il recensore sostiene  che in fondo non è così giusto che gli intellettuali (literary folk) disapprovino i videogiochi pensando che, a differenza della lettura, affievoliscano l’empatia. E poi, aggiunge, si può sempre comprare il poema originale e verificare cosa significhi davvero “lottare con i demoni”.

Perfettamente d’accordo. Magari avrei voluto suggerire che una versione playstation della Commedia esisteva già: si chiama Devil May cry (a modo suo, certo, e senza Beatrice. O quasi).

Sentire le voci

febbraio 3, 2010 di Lara Manni

Ci sono due risposte che mi hanno colpito moltissimo in questa intervista a Joe Lansdale:

La prima:  “Douglas Winter disse una volta che l’horror non è un genere, ma un’emozione. Credo che sia più che corretto. La letteratura non è un modo di scrivere, è scrivere bene, e costruire una storia che lasci qualcosa a chi la legge. A volte una storia è divertente, e la dimentichi quindici minuti dopo averla letta. A volte le storie ti infestano come fantasmi, e possono non avere nulla a che fare con gli spettri. Il genere non conta”.

La seconda: “C’è differenza fra uno scrittore abile nel costruire trame e uno story teller. Uno story teller ha una voce che può convincerti delle cose più estreme, e il suo plot può non avere alcuna importanza. Gli story tellers hanno creato grande letteratura: parlo di Omero, Shakespeare, Twain, London. La trama può anche esserci nelle loro storie, ma ciò che conta è la loro voce e la loro abilità di trasportarti nel loro mondo. Questo significa essere uno story teller”.

L’incastro di cui vado in cerca, e a cui mi riferivo nel post di ieri, è proprio questo. Voce, più ancora che trama.

L’inner space del fantasy

febbraio 2, 2010 di Lara Manni

Provo a fare un post serio: ripeto, “provo”. Non ha pretese di sistematizzare un bel niente, è solo un “faccio il punto a modo mio”: quindi, non pensate di trovarci nulla di più.
Dieci anni fa, la qui presente Manni aveva sviluppato una passione tardiva per il cyberpunk. In particolare, cominciò con due antologie, “Mirrorshades”, curata da Bruce Sterling, e “La notte che bruciammo Chrome” di William Gibson. Poi ho letto “Neuromante”. E “Aidoru”, che ho amato molto.
Quello che mi era piaciuto, a pelle, del cyberpunk, era banalmente la stessa cosa che mi aveva colpito in “Matrix”: l’idea che tutto avvenisse dentro la propria testa, almeno in molti casi. Immagino che chiunque sia affascinato dalla letteratura fantastica abbia anche questa motivazione: la vecchia caverna di Platone dove i prigionieri scambiano le ombre per realtà.

Non molto tempo dopo ho scoperto James Ballard, e la sua teoria dell’Inner Space. Un percorso a ritroso, insomma. Cosa sosteneva Ballard in un famosissimo articolo che si chiamava proprio  Come si arriva allo spazio interiore? In sostanza, che dopo anni di fantascienza ambientata nello spazio extraterrestre, era il momento di dedicarsi a tutt’altra esplorazione. Alla psiche, e a quello che succedeva là dentro. “Idee psico-letterarie”, le chiamava.

Ieri pomeriggio rimuginavo su questi concetti. E pensavo che, forse, anche la nostra narrativa fantastica – o meglio, fantasy -  avrebbe bisogno del suo Inner Space. Perchè dopo decenni di spazi esterni, e di foreste elfiche e di grotte di nani, di mappe e di confini, forse tentare la via interiore sarebbe cosa salutare. Il che non significa affatto cedere a quella che nella narrativa mainstream si chiama “autofiction” e che sembra l’ultima tendenza italiana: ma privilegiare quel che avviene “dentro”  mentre si racconta il  “fuori”.

Ora, se Ballard smette di rigirarsi nella tomba, provo a rifletterci ancora.

Lavinia, mia cara

febbraio 1, 2010 di Lara Manni

Warning, pericolo, attenzione: materiale pericoloso.
Sì, perchè sabato mi sono presa una pausa dal racconto e ne ho scritto un altro, brevissimo. Era ed è un piccolo regalo (poi vi dirò per chi e per cosa) a tema lovecraftiano. Se non vogliamo chiamarla fan fiction, diciamo che si tratta di un omaggio a un racconto che ho sempre molto amato, L’orrore di Dunwich.
Ma il punto di vista è quello di Lavinia Whateley.
Ovvio, forse. Sicuramente spontaneo e non meditato. Però, scrivendolo, mi sono resa conto che nel pantheon di Lovecraft, e nella maggior parte dei miti, il potere è sempre una faccenda maschile. Se c’è un’insidia, viene dal figlio del dio, o dal fratello: le dee stanno per fatti loro, e le umane servono semmai come tramite. Come la povera Lavinia.
Di conseguenza, non è che nella narrativa fantastica le cose vadano molto meglio. Con eccezioni. Per esempio, una storia meravigliosa di Ursula K. Le Guin, La mano sinistra delle tenebre. Se non la conoscete, è il momento di provvedere.

The Vampire in the Rye

gennaio 29, 2010 di Lara Manni

Volevo dire la mia, come hanno fatto diverse centinaia di migliaia di persone sui giornali e su Internet, su Salinger, morto ieri sera. Più che altro volevo riflettere sul suo “sparire” come persona fisica, che non solo mi ha sempre affascinato molto, ma che ho sempre trovato più che condivisibile quando si parla di scrittura e scrittori.
Però la tentazione è troppo forte e parlo d’altro. Anche se non proprio del tutto.
La tentatrice è Violetta Bellocchio, che non solo è una scrittrice bravissima  (Sono io che me ne vado), ma è una blogger di rara arguzia. In questo post racconta le ultime novità in fatto di merchandising su Twilight.  Il reality show sulla vita degli abitanti di Forks mi fa deglutire. Le Twilight Rooms degli alberghi mi provocano un certo sbandamento. Del rossetto sapevo (Twilight Venom, ma santo cielo!). Del condom si è detto. Del vibratore si sa già tutto (ebbene sì, esiste un giocattolino simile intitolato al giovane Cullen). Ah, c’è anche il manga:

Niente commenti, ma una nota a pié di pagina. Da Wikipedia:

Nel 1953 Salinger pubblicò una raccolta di sette racconti tratti dal The New Yorker (tra di essi c’è “Bananafish“) oltre ad altri due che la rivista aveva rifiutato. La raccolta fu pubblicata con il titolo di Nove racconti. Anche questo libro riscosse molto successo, anche se lo scrittore, già restio a pubblicizzare i suoi lavori, non avrebbe permesso all’editore di ritrarre i suoi personaggi nelle illustrazioni della sovraccoperta perché i lettori non si creassero idee preconcette sull’aspetto che avrebbero dovuto avere.

Amore, morte e tutto il resto

gennaio 28, 2010 di Lara Manni

La morte è accompagnata da una farfalla, la acherontia atropos.
Ma non siamo in Bleach.
La morte annuncia il proprio arrivo con un preavviso di sette giorni.
Ma non siamo in Ring.
La morte viene a prendersi ciò che le spetta, e si innamora.
Ma non siamo in Meet Joe Black.
La morte è una donna.
Ma non siamo in Sandman.
In uno dei miei momenti di pigrizia ho riletto un libro meraviglioso, Le intermittenze della morte, di José Saramago. Se non lo conoscete, procuratevelo: anche per scoprire come un grandissimo della letteratura scriva tranquillamente, e mica da oggi, narrativa fantastica.
In realtà, quel libro mi serviva: perchè mi sono chiesta se la morte sia sempre  stata femmina. Le poche eccezioni al maschile che conosca, a parte Joe Black, sono un sublime Lied di Schubert che si chiama La morte e la fanciulla, dove la morte invita la terrorizzata ragazza ad un abbraccio dolce e interminabile. Oppure, un dio del regno oscuro, da Ade in giù (e in su e a destra e a sinistra). Oppure, “il” morte di Mondo Disco di Pratchett.
Perchè la morte deve avere un sesso? Perchè ha ragione Saramago, e qualche migliaio di scrittori e artisti prima di lui: perchè la morte e l’amore sono legati.
E poi, appunto, mi serve, no?

Lista semiseria e un consiglio serio

gennaio 27, 2010 di Lara Manni

Trucchi per non mettersi a scrivere e provare il minimo sindacale dei sensi di colpa:

- Ho finito le sigarette e devo assolutamente scendere dal tabaccaio o non mi concentro

- Passo il prossimo livello del gioco (uno a caso, da Pet Society a un gdr on line) e giuro che poi non mi distraggo più

- Mi serve quella citazione, proprio quella, che sta esattamente in quel libro, il quale è sullo scaffale vicino a…uh? E questo? Come mai non l’ho letto?

- Ho sete e vado in cucina a bere un bicchiere d’acqua. E se mi preparassi una frittatina? A stomaco pieno si scrive meglio.

- Mi serve un’altra citazione ma stavolta consulto Wikipedia. Già che ci siamo, dò un’occhiata al blog. Una sola.

- Stacco il telefono per concentrarmi davvero. Prima però controllo gli sms. Ma guarda. Mi ha scritto. Che carina. Ora la chiamo.

- No, non vado al cinema. Non posso. Sto scrivendo. E poi, volendo, mi guardo il fim su Megavideo. A proposito, ci sarà già su Megavideo?

La lista è proseguibile a piacimento. D’altra parte, come scrive Wu Ming 4 in questo bellissimo saggio, “l’opera dei lettori prosegue quella dell’autore”.
(il saggio è su Tolkien ed è veramente bellissimo)